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Testo del canto 22 (XXII) del poema Orlando Furioso

20
Ruggier, Gradasso, Iroldo, Bradamante,
Brandimarte, Prasildo, altri guerrieri
in questo nuovo error si fero inante,
per distruggere il duca accesi e fieri.
Ma ricordossi il corno in quello istante,
che fe’ loro abbassar gli animi altieri.
Se non si soccorrea col grave suono,
morto era il paladin senza perdono.

21
Ma tosto che si pon quel corno a bocca
e fa sentire intorno il suono orrendo,
a guisa dei colombi, quando scocca
lo scoppio, vanno i cavallier fuggendo.
Non meno al negromante fuggir tocca,
non men fuor de la tana esce temendo
pallido e sbigottito, e se ne slunga
tanto, che ‘l suono orribil non lo giunga.

22
Fuggì il guardian coi suo’ prigioni; e dopo
de le stalle fuggir molti cavalli,
ch’altro che fune a ritenerli era uopo,
e seguiro i patron per vari calli.
In casa non restò gatta né topo
al suon che par che dica: Dàlli, dàlli.
Sarebbe ito con gli altri Rabicano,
se non ch’all’uscir venne al duca in mano.

23
Astolfo, poi ch’ebbe cacciato il mago,
levò di su la soglia il grave sasso,
e vi ritrovò sotto alcuna imago,
ed altre cose che di scriver lasso:
e di distrugger quello incanto vago,
di ciò che vi trovò, fece fraccasso,
come gli mostra il libro che far debbia;
e si sciolse il palazzo in fumo e in nebbia.

24
Quivi trovò che di catena d’oro
di Ruggiero il cavallo era legato,
parlo di quel che ‘l negromante moro
per mandarlo ad Alcina gli avea dato;
a cui poi Logistilla fe’ il lavoro
del freno, ond’era in Francia ritornato,
e girato da l’India all’Inghilterra
tutto avea il lato destro de la terra.

25
Non so se vi ricorda che la briglia
lasciò attaccata all’arbore quel giorno
che nuda da Ruggier sparì la figlia
di Galafrone, e gli fe’ l’alto scorno.
Fe’ il volante destrier, con maraviglia
di chi lo vide, al mastro suo ritorno;
e con lui stette infin al giorno sempre,
che de l’incanto fur rotte le tempre.

26
Non potrebbe esser stato più giocondo
d’altra aventura Astolfo, che di questa;
che per cercar la terra e il mar, secondo
ch’avea desir, quel ch’a cercar gli resta,
e girar tutto in pochi giorni il mondo,
troppo venìa questo ippogrifo a sesta.
Sapea egli ben quanto a portarlo era atto,
che l’avea altrove assai provato in fatto.

27
Quel giorno in India lo provò, che tolto
da la savia Melissa fu di mano
a quella scelerata che travolto
gli avea in mirto silvestre il viso umano:
e ben vide e notò come raccolto
gli fu sotto la briglia il capo vano
da Logistilla, e vide come istrutto
fosse Ruggier di farlo andar per tutto.

28
Fatto disegno l’ippogrifo torsi,
la sella sua, ch’appresso avea, gli messe;
e gli fece, levando da più morsi
una cosa ed un’altra, un che lo resse;
che dei destrier ch’in fuga erano corsi,
quivi attaccate eran le briglie spesse.
Ora un pensier di Rabicano solo
lo fa tardar che non si leva a volo.

29
D’amar quel Rabicano avea ragione;
che non v’era un miglior per correr lancia,
e l’avea da l’estrema regione
de l’India cavalcato insin in Francia.
Pensa egli molto; e in somma si dispone
darne più tosto ad un suo amico mancia,
che, lasciandolo quivi in su la strada,
se l’abbia il primo ch’a passarvi accada.

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