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Testo del canto 21 (XXI) del poema Orlando Furioso

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Già in mia presenza e d’altre più persone
venìa col tosco in mano il vecchio ingiusto,
dicendo ch’era buona pozione
da ritornare il mio fratel robusto.
Ma Gabrina con nuova intenzione,
pria che l’infermo ne turbasse il gusto,
per torsi il consapevole d’appresso,
o per non dargli quel ch’avea promesso,

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la man gli prese, quando a punto dava
la tazza dove il tosco era celato,
dicendo: – Ingiustamente è se ‘l ti grava
ch’io tema per costui c’ho tanto amato.
Voglio esser certa che bevanda prava
tu non gli dia, né succo avelenato;
e per questo mi par che ‘l beveraggio
non gli abbi a dar, se non ne fai tu il saggio. –

62
Come pensi, signor, che rimanesse
il miser vecchio conturbato allora?
La brevità del tempo sì l’oppresse,
che pensar non poté che meglio fôra;
pur, per non dar maggior sospetto, elesse
il calice gustar senza dimora:
e l’infermo, seguendo una tal fede,
tutto il resto pigliò, che si gli diede.

63
Come sparvier che nel piede grifagno
tenga la starna e sia per trarne pasto,
dal can che si tenea fido compagno,
ingordamente è sopragiunto e guasto;
così il medico intento al rio guadagno,
donde sperava aiuto ebbe contrasto.
Odi di summa audacia esempio raro!
e così avvenga a ciascun altro avaro.

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Fornito questo, il vecchio s’era messo,
per ritornare alla sua stanza, in via,
ed usar qualche medicina appresso,
che lo salvasse da la peste ria;
ma da Gabrina non gli fu concesso,
dicendo non voler ch’andasse pria
che ‘l succo ne lo stomaco digesto
il suo valor facesse manifesto.

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Pregar non val, né far di premio offerta,
che lo voglia lasciar quindi partire.
Il disperato, poi che vede certa
la morte sua, né la poter fuggire,
ai circostanti fa la cosa aperta;
né la seppe costei troppo coprire.
E così quel che fece agli altri spesso,
quel buon medico al fin fece a se stesso:

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e sequitò con l’alma quella ch’era
già de mio frate caminata inanzi.
Noi circostanti, che la cosa vera
del vecchio udimmo, che fe’ pochi avanzi,
pigliammo questa abominevol fera,
più crudel di qualunque in selva stanzi;
e la serrammo in tenebroso loco,
per condannarla al meritato foco. –

67
Questo Ermonide disse, e più voleva
seguir, com’ella di prigion levossi;
ma il dolor de la piaga si l’aggreva,
che pallido ne l’erba riversossi.
Intanto duo scudier, che seco aveva,
fatto una bara avean di rami grossi:
Ermonide si fece in quella porre;
ch’indi altrimente non si potea torre.

68
Zerbin col cavallier fece sua scusa,
che gl’increscea d’averli fatto offesa;
ma, come pur tra cavallieri s’usa,
colei che venìa seco avea difesa:
ch’altrimente sua fé saria confusa;
perché, quando in sua guardia l’avea presa,
promesse a sua possanza di salvarla
contra ognun che venisse a disturbarla.

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E s’in altro potea gratificargli,
prontissimo offeriase alla sua voglia.
Rispose il cavallier, che ricordargli
sol vuol, che da Gabrina si discioglia
prima ch’ella abbia cosa a machinargli,
di ch’esso indarno poi si penta e doglia.
Gabrina tenne sempre gli occhi bassi,
perché non ben risposta al vero dassi.

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