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Testo del canto 21 (XXI) del poema Orlando Furioso

40
E col mio quel del mio marito insieme,
il qual se fosse qui, non temerei.
Tu conosci Morando, e sai se teme,
quando Argeo non ci sente, omini e dei.
Questi or pregando, or minacciando, estreme
prove fa tuttavia, né alcun de’ miei
lascia che non contamini, per trarmi
a’ suoi desii, né so s’io potrò aitarmi.

41
Or c’ha inteso il partir del mio consorte,
e ch’al ritorno non sarà sì presto,
ha avuto ardir d’entrar ne la mia corte
senza altra scusa e senz’altro pretesto;
che se ci fosse il mio signor per sorte,
non sol non avria audacia di far questo,
ma non si terria ancor, per Dio, sicuro
d’appressarsi a tre miglia a questo muro.

42
E quel che già per messi ha ricercato,
oggi me l’ha richiesto a fronte a fronte,
e con tai modi, che gran dubbio è stato
de lo avvenirmi disonore ed onte,
e se non che parlar dolce gli ho usato,
e finto le mie voglie alle sue pronte,
saria a forza, di quel suto rapace,
che spera aver per mie parole in pace.

43
Promesso gli ho, non già per osservargli
(che fatto per timor, nullo è il contratto);
ma la mia intenzion fu per vietargli
quel che per forza avrebbe allora fatto.
Il caso è qui: tu sol pòi rimediargli;
del mio onor altrimenti sarà tratto,
e di quel del mio Argeo, che già m’hai detto
aver o tanto, o più che ‘l proprio, a petto.

44
E se questo mi nieghi, io dirò dunque
ch’in te non sia la fé di che ti vanti;
ma che fu sol per crudeltà, qualunque
volta hai sprezzati i miei supplici pianti;
non per rispetto alcun d’Argeo, quantunque
m’hai questo scudo ognora opposto inanti.
Saria stato tra noi la cosa occulta;
ma di qui aperta infamia mi risulta. –

45
– Non si convien (disse Filandro) tale
prologo a me, per Argeo mio disposto.
Narrami pur quel che tu vuoi, che quale
sempre fui, di sempre essere ho proposto;
e ben ch’a torto io ne riporti male,
a lui non ho questo peccato imposto.
Per lui son pronto andare anco alla morte,
e siami contra il mondo e la mia sorte. –

46
Rispose l’empia: – Io voglio che tu spenga
colui che ‘l nostro disonor procura.
Non temer ch’alcun mal di ciò t’avenga;
ch’io te ne mostrerò la via sicura.
Debbe egli a me tornar come rivenga
su l’ora terza la notte più scura;
e fatto un segno de ch’io l’ho avvertito,
io l’ho a tor dentro, che non sia sentito.

47
A te non graverà prima aspettarme
ne la camera mia dove non luca,
tanto che dispogliar gli faccia l’arme,
e quasi nudo in man te lo conduca. –
Così la moglie conducesse parme
il suo marito alla tremenda buca;
se per dritto costei moglie s’appella,
più che furia infernal crudele e fella.

48
Poi che la notte scelerata venne,
fuor trasse il mio fratel con l’arme in mano;
e ne l’oscura camera lo tenne,
fin che tornasse il miser castellano.
Come ordine era dato, il tutto avvenne;
che ‘l consiglio del mal va raro invano.
Così Filandro il buon Argeo percosse,
che si pensò che quel Morando fosse.

49
Con esso un colpo il capo fesse e il collo;
ch’elmo non v’era, e non vi fu riparo.
Pervenne Argeo, senza pur dare un crollo,
de la misera vita al fine amaro:
e tal l’uccise, che mai non pensollo,
né mai l’avria creduto: oh caso raro!
che cercando giovar, fece all’amico
quel di che peggio non si fa al nimico.

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