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Testo del canto 20 (XX) del poema Orlando Furioso

70
Ella disse a Guidon: – Vientene insieme
con noi, ch’a viva forza usciren quinci. –
– Deh (rispose Guidon) lascia ogni speme
di mai più uscirne, o perdi meco o vinci. –
Ella suggiunse: – Il mio cor mai non teme
di non dar fine a cosa che cominci;
né trovar so la più sicura strada
di quella ove mi sia guida la spada.

71
Tal ne la piazza ho il tuo valor provato,
che, s’io son teco, ardisco ad ogn’impresa.
Quando la turba intorno allo steccato
sarà domani in sul teatro ascesa,
io vo’ che l’uccidian per ogni lato,
o vada in fuga o cerchi far difesa,
e ch’agli lupi e agli avoltoi del loco
lasciamo i corpi, e la cittade al fuoco. –

72
Suggiunse a lei Guidon: – Tu m’avrai pronto
a seguitarti ed a morirti a canto,
ma vivi rimaner non facciàn conto;
bastar ne può di vendicarci alquanto:
che spesso diecimila in piazza conto
del popul feminile, ed altretanto
resta a guardare e porto e rocca e mura,
né alcuna via d’uscir trovo sicura. –

73
Disse Marfisa: – E molto più sieno elle
degli uomini che Serse ebbe già intorno,
e sieno più de l’anime ribelle
ch’uscir del ciel con lor perpetuo scorno;
se tu sei meco, o almen non sie con quelle,
tutte le voglio uccidere in un giorno. –
Guidon suggiunse: – Io non ci so via alcuna
ch’a valer n’abbia, se non val quest’una.

74
Ne può sola salvar, se ne succede,
quest’una ch’io dirò, ch’or mi soviene.
Fuor ch’alle donne, uscir non si concede,
né metter piede in su le salse arene:
e per questo commettermi alla fede
d’una de le mie donne mi conviene,
del cui perfetto amor fatta ho sovente
più pruova ancor, ch’io non farò al presente.

75
Non men di me tormi costei disia
di servitù, pur che ne venga meco,
che così spera, senza compagnia
de le rivali sue, ch’io viva seco.
Ella nel porto o fuste o saettia
farà ordinar, mentre è ancor l’aer cieco,
che i marinai vostri troveranno
acconcia a navigar, come vi vanno.

76
Dietro a me tutti in un drappel ristretti,
cavallieri, mercanti e galeotti,
ch’ad albergarvi sotto a questi tetti
meco, vostra merce, sète ridotti,
avrete a farvi amplo sentier coi petti,
se del nostro camin siamo interrotti:
così spero, aiutandoci le spade,
ch’io vi trarrò de la crudel cittade. –

77
– Tu fa come ti par (disse Marfisa),
ch’io son per me d’uscir di qui sicura.
Più facil fia che di mia mano uccisa
la gente sia, che è dentro a queste mura,
che mi veggi fuggire, o in altra guisa
alcun possa notar ch’abbi paura.
Vo’ uscir di giorno, e sol per forza d’arme;
che per ogn’altro modo obbrobrio parme.

78
S’io ci fossi per donna conosciuta,
so ch’avrei da le donne onore e pregio;
e volentieri io ci sarei tenuta
e tra le prime forse del collegio:
ma con costoro essendoci venuta,
non ci vo’ d’essi aver più privilegio.
Troppo error fôra ch’io mi stessi o andassi
libera, e gli altri in servitù lasciassi. –

79
Queste parole ed altre seguitando,
mostrò Marfisa che ‘l rispetto solo
ch’avea al periglio de’ compagni (quando
potria loro il suo ardir tornare in duolo),
la tenea che con alto e memorando
segno d’ardir non assalia lo stuolo:
e per questo a Guidon lascia la cura
d’usar la via che più gli par sicura.

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