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Testo del canto 20 (XX) del poema Orlando Furioso

130
Per suo valor costei debitamente
usurpa a’ cavallieri e scudo e lancia;
e venuta è pur dianzi d’Oriente
per assaggiare i paladin di Francia. –
Zerbin di questo tal vergogna sente,
che non pur tinge di rossor la guancia,
ma restò poco di non farsi rosso
seco ogni pezzo d’arme ch’avea indosso.

131
Monta a cavallo, e se stesso rampogna
che non seppe tener strette le cosce.
Tra sé la vecchia ne sorride, e agogna
di stimularlo e di più dargli angosce.
Gli ricorda ch’andar seco bisogna:
e Zerbin, ch’ubligato si conosce,
l’orecchie abbassa, come vinto e stanco
destrier c’ha in bocca il fren, gli sproni al fianco.

132
E sospirando: – Ohimè, Fortuna fella
(dicea), che cambio è questo che tu fai?
Colei che fu sopra le belle bella,
ch’esser meco dovea, levata m’hai.
Ti par ch’in luogo ed in ristor di quella
si debba por costei ch’ora mi dai?
Stare in danno del tutto era men male,
che fare un cambio tanto diseguale.

133
Colei che di bellezze e di virtuti
unqua non ebbe e non avrà mai pare,
sommersa e rotta tra gli scogli acuti
hai data ai pesci ed agli augei del mare;
e costei che dovria già aver pasciuti
sotterra i vermi, hai tolta a perservare
dieci o venti anni più che non devevi,
per dar più peso agli mie’ affanni grevi. –

134
Zerbin così parlava; né men tristo
in parole e in sembianti esser parea
di questo nuovo suo sì odioso acquisto,
che de la donna che perduta avea.
La vecchia, ancor che non avesse visto
mai più Zerbin, per quel ch’ora dicea,
s’avvide esser colui di che notizia
le diede già Issabella di Galizia.

135
Se ‘l vi ricorda quel ch’avete udito,
costei da la spelonca ne veniva,
dove Issabella, che d’amor ferito
Zerbino avea, fu molti dì captiva.
Più volte ella le avea già riferito
come lasciasse la paterna riva,
e come rotta in mar da la procella,
si salvasse alla spiaggia di Rocella.

136
E sì spesso dipinto di Zerbino
le avea il bel viso e le fattezze conte,
ch’ora udendol parlare, e più vicino
gli occhi alzandogli meglio ne la fronte,
vide esser quel per cui sempre meschino
fu d’Issabella il cor nel cavo monte;
che di non veder lui più si lagnava,
che d’esser fatta ai malandrini schiava.

137
La vecchia, dando alle parole udienza,
che con sdegno e con duol Zerbino versa,
s’avede ben ch’egli ha falsa credenza
che sia Issabella in mar rotta e sommersa:
e ben ch’ella del certo abbia scienza,
per non lo rallegrar, pur la perversa
quel che far lieto lo potria, gli tace,
e sol gli dice quel che gli dispiace.

138
– Odi tu (gli disse ella), tu che sei
cotanto altier, che sì mi scherni e sprezzi,
se sapessi che nuova ho di costei
che morta piangi, mi faresti vezzi:
ma più tosto che dirtelo, torrei
che mi strozzassi o fêssi in mille pezzi;
dove, s’eri vêr me più mansueto,
forse aperto t’avrei questo secreto. –

139
Come il mastin che con furor s’aventa
adosso al ladro, ad achetarsi è presto,
che quello o pane o cacio gli appresenta,
o che fa incanto appropriato a questo;
così tosto Zerbino umil diventa,
e vien bramoso di sapere il resto,
che la vecchia gli accenna che di quella,
che morta piange, gli sa dir novella.

140
E volto a lei con più piacevol faccia,
la supplica, la prega, la scongiura
per gli uomini, per Dio, che non gli taccia
quanto ne sappia, o buona o ria ventura.
– Cosa non udirai che pro ti faccia
(disse la vecchia pertinace e dura):
non è Issabella, come credi, morta;
ma viva sì, ch’a’ morti invidia porta.

141
È capitata in questi pochi giorni
che non n’udisti, in man di più di venti;
sì che, qualora anco in man tua ritorni,
ve’ se sperar di corre il fior convienti. –
Ah vecchia maladetta, come adorni
la tua menzogna! e tu sai pur se menti.
Se ben in man de venti ell’era stata,
non l’avea alcun però mai violata.

142
Dove l’avea veduta domandolle
Zerbino, e quando, ma nulla n’invola;
che la vecchia ostinata più non volle
a quel c’ha detto aggiungere parola.
Prima Zerbin le fece un parlar molle,
poi minacciolle di tagliar la gola:
ma tutto è invan ciò che minaccia e prega;
che non può far parlar la brutta strega.

143
Lasciò la lingua all’ultimo in riposo
Zerbin, poi che ‘l parlar gli giovò poco;
per quel ch’udito avea, tanto geloso,
che non trovava il cor nel petto loco;
d’Issabella trovar sì disioso,
che saria per vederla ito nel fuoco:
ma non poteva andar più che volesse
colei, poi ch’a Marfisa lo promesse.

144
E quindi per solingo e strano calle,
dove a lei piacque, fu Zerbin condotto;
né per o poggiar monte o scender valle,
mai si guardaro in faccia o si fer motto.
Ma poi ch’al mezzodì volse le spalle
il vago sol, fu il lor silenzio rotto
da un cavallier che nel cammin scontraro.
Quel che seguì, ne l’altro canto è chiaro.

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