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Testo del canto 20 (XX) del poema Orlando Furioso

110
Il cavallier su ben guernita sella,
di lucide arme e di bei panni ornato,
verso il fiume venìa da una donzella
e da un solo scudiero accompagnato.
La donna ch’avea seco era assai bella,
ma d’altiero sembiante e poco grato,
tutta d’orgoglio e di fastidio piena,
del cavallier ben degna che la mena.

111
Pinabello, un de’ conti maganzesi,
era quel cavallier ch’ella avea seco;
quel medesmo che dianzi a pochi mesi
Bradamante gittò nel cavo speco.
Quei sospir, quei singulti così accesi,
quel pianto che lo fe’ già quasi cieco,
tutto fu per costei ch’or seco avea,
che ‘l negromante allor gli ritenea.

112
Ma poi che fu levato di sul colle
l’incantato castel del vecchio Atlante,
e che poté ciascuno ire ove volle,
per opra e per virtù di Bradamante;
costei, ch’agli disii facile e molle
di Pinabel sempre era stata inante,
si tornò a lui, ed in sua compagnia
da un castello ad un altro or se ne gìa.

113
E sì come vezzosa era e mal usa,
quando vide la vecchia di Marfisa,
non si poté tenere a bocca chiusa
di non la motteggiar con beffe e risa.
Marfisa altiera, appresso a cui non s’usa
sentirsi oltraggio in qualsivoglia guisa,
rispose d’ira accesa alla donzella,
che di lei quella vecchia era più bella;

114
e ch’al suo cavallier volea provallo,
con patto di poi torre a lei la gonna
e il palafren ch’avea, se da cavallo
gittava il cavallier di ch’era donna.
Pinabel che faria, tacendo, fallo,
di risponder con l’arme non assonna:
piglia lo scudo e l’asta, e il destrier gira,
poi vien Marfisa a ritrovar con ira.

115
Marfisa incontra una gran lancia afferra,
e ne la vista a Pinabel l’arresta,
e sì stordito lo riversa in terra,
che tarda un’ora a rilevar la testa.
Marfisa vincitrice de la guerra,
fe’ trarre a quella giovane la vesta,
ed ogn’altro ornamento le fe’ porre,
e ne fe’ il tutto alla sua vecchia torre:

116
e di quel giovenile abito volse
che si vestisse e se n’ornasse tutta;
e fe’ che ‘l palafreno anco si tolse,
che la giovane avea quivi condutta.
Indi al preso camin con lei si volse,
che quant’era più ornata, era più brutta.
Tre giorni se n’andar per lunga strada,
senza far cosa onde a parlar m’accada.

117
Il quarto giorno un cavallier trovaro,
che venìa in fretta galoppando solo.
Se di saper chi sia forse v’è caro,
dicovi ch’è Zerbin, di re figliuolo,
di virtù esempio e di bellezza raro,
che se stesso rodea d’ira e di duolo
di non aver potuto far vendetta
d’un che gli avea gran cortesia interdetta.

118
Zerbino indarno per la selva corse
dietro a quel suo che gli avea fatto oltraggio;
ma sì a tempo colui seppe via torse,
sì seppe nel fuggir prender vantaggio,
sì il bosco e sì una nebbia lo soccorse,
ch’avea offuscato il matutino raggio,
che di man di Zerbin si levò netto,
fin che l’ira e il furor gli uscì del petto.

119
Non poté, ancor che Zerbin fosse irato,
tener, vedendo quella vecchia, il riso;
che gli parea dal giovenile ornato
troppo diverso il brutto antiquo viso;
ed a Marfisa, che le venìa a lato,
disse: – Guerrier, tu sei pien d’ogni aviso,
che damigella di tal sorte guidi,
che non temi trovar chi te la invidi.

120
Avea la donna (se la crespa buccia
può darne indicio) più de la Sibilla,
e parea, così ornata, una bertuccia,
quando per muover riso alcun vestilla;
ed or più brutta par, che si coruccia,
e che dagli occhi l’ira le sfavilla:
ch’a donna non si fa maggior dispetto,
che quando o vecchia o brutta le vien detto.

121
Mostrò turbarse l’inclita donzella,
per prenderne piacer, come si prese;
e rispose a Zerbin: – Mia donna è bella,
per Dio, via più che tu non sei cortese;
come ch’io creda che la tua favella
da quel che sente l’animo non scese:
tu fingi non conoscer sua beltade,
per escusar la tua somma viltade.

122
E chi saria quel cavallier, che questa
sì giovane e sì bella ritrovasse
senza più compagnia ne la foresta,
e che di farla sua non si provasse? –
– Sì ben (disse Zerbin) teco s’assesta,
che saria mal ch’alcun te la levasse;
ed io per me non son così indiscreto,
che te ne privi mai; stanne pur lieto.

123
S’in altro conto aver vuoi a far meco,
di quel ch’io vaglio son per farti mostra;
ma per costei non mi tener sì cieco,
che solamente far voglia una giostra.
O brutta o bella sia, restisi teco:
non vo’ partir tanta amicizia vostra.
Ben vi sète accoppiati: io giurerei,
com’ella è bella, tu gagliardo sei. –

124
Suggiunse a lui Marfisa: – Al tuo dispetto
di levarmi costei provar convienti.
Non vo’ patir ch’un sì leggiadro aspetto
abbi veduto, e guadagnar nol tenti. –
Rispose a lei Zerbin – Non so a ch’effetto
l’uom si metta a periglio e si tormenti,
per riportarne una vittoria, poi,
che giovi al vinto, e al vincitore annoi. –

125
– Se non ti par questo partito buono,
te ne do un altro, e ricusar nol dei
(disse a Zerbin Marfisa): che s’io sono
vinto da te, m’abbia a restar costei;
ma s’io te vinco, a forza te la dono.
Dunque provian chi de’ star senza lei:
se perdi, converrà che tu le faccia
compagnia sempre, ovunque andar le piaccia. –

126
– E così sia, – Zerbin rispose; e volse
a pigliar campo subito il cavallo.
Si levò su le staffe e si raccolse
fermo in arcione, e per non dare in fallo,
lo scudo in mezzo alla donzella colse;
ma parve urtasse un monte di metallo:
ed ella in guisa a lui toccò l’elmetto,
che stordito il mandò di sella netto.

127
Troppo spiacque a Zerbin l’esser caduto,
ch’in altro scontro mai più non gli avvenne,
e n’avea mille e mille egli abbattuto;
ed a perpetuo scorno se lo tenne.
Stette per lungo spazio in terra muto;
e più gli dolse poi che gli sovenne
ch’avea promesso e che gli convenia
aver la brutta vecchia in compagnia.

128
Tornando a lui la vincitrice in sella,
disse ridendo: – Questa t’appresento;
e quanto più la veggio e grata e bella,
tanto, ch’ella sia tua, più mi contento.
Or tu in mio loco sei campion di quella;
ma la tua fé non se ne porti il vento,
che per sua guida e scorta tu non vada
(come hai promesso) ovunque andar l’aggrada. –

129
Senza aspettar risposta urta il destriero
per la foresta, e subito s’imbosca.
Zerbin, che la stimava un cavalliero,
dice alla vecchia: – Fa ch’io lo conosca. –
Ed ella non gli tiene ascoso il vero,
onde sa che lo ‘ncende e che l’attosca:
– Il colpo fu di man d’una donzella,
che t’ha fatto votar (disse) la sella.

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