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Testo del canto 20 (XX) del poema Orlando Furioso

1
Le donne antique hanno mirabil cose
fatto ne l’arme e ne le sacre muse;
e di lor opre belle e gloriose
Gran lume in tutto il mondo si diffuse.
Arpalice e Camilla son famose,
perché in battaglia erano esperte ed use;
Safo e Corinna, perché furon dotte,
splendono illustri, e mai non veggon notte.

2
Le donne son venute in eccellenza
Di ciascun’arte ove hanno posto cura;
e qualunque all’istorie abbia avvertenza,
ne sente ancor la fama non oscura.
Se ‘l mondo n’è gran tempo stato senza,
non però sempre il mal influsso dura;
e forse ascosi han lor debiti onori
l’invidia o il non saper degli scrittori.

3
Ben mi par di veder ch’al secol nostro
tanta virtù fra belle donne emerga,
che può dare opra a carte ed ad inchiostro,
perché nei futuri anni si disperga,
e perché, odiose lingue, il mal dir vostro
con vostra eterna infamia si sommerga:
e le lor lode appariranno in guisa,
che di gran lunga avanzeran Marfisa.

4
Or pur tornando a lei, questa donzella
al cavallier che l’usò cortesia,
de l’esser suo non niega dar novella,
quando esso a lei voglia contar chi sia.
Sbrigossi tosto del suo debito ella:
tanto il nome di lui saper disia.
– Io son (disse) Marfisa: – e fu assai questo;
che si sapea per tutto ‘l mondo il resto.

5
L’altro comincia, poi che tocca a lui,
con più proemio a darle di sé conto,
dicendo: – Io credo che ciascun di vui
abbia de la mia stirpe il nome in pronto;
che non pur Francia e Spagna e i vicin sui,
ma l’India, l’Etiopia e il freddo Ponto
han chiara cognizion di Chiaramonte,
onde uscì il cavallier ch’uccise Almonte,

6
quel ch’a Chiariello e al re Mambrino
diede la morte, e il regno lor disfece.
Di questo sangue, dove ne l’Eusino
l’Istro ne vien con otto corna o diece,
al duca Amone, il qual già peregrino
vi capitò, la madre mia mi fece:
e l’anno è ormai ch’io la lasciai dolente,
per gire in Francia a ritrovar mia gente.

7
Ma non potei finire il mio viaggio,
che qua mi spinse un tempestoso Noto.
Son dieci mesi o più che stanza v’aggio,
che tutti i giorni e tutte l’ore noto.
Nominato son io Guidon Selvaggio,
di poca pruova ancora e poco noto.
Uccisi qui Argilon da Melibea
con dieci cavallier che seco avea.

8
Feci la pruova ancor de le donzelle:
così n’ho diece a’ miei piaceri allato;
ed alla scelta mia son le più belle,
e son le più gentil di questo stato.
E queste reggo e tutte l’altre; ch’elle
di sé m’hanno governo e scettro dato:
così daranno a qualunque altro arrida
Fortuna sì, che la decina ancida. –

9
I cavallier domandano a Guidone,
com’ha sì pochi maschi il tenitoro;
e s’alle moglie hanno suggezione,
come esse l’han negli altri lochi a loro.
Disse Guidon: – Più volte la cagione
udita n’ho da poi che qui dimoro;
e vi sarà, secondo ch’io l’ho udita,
da me, poi che v’aggrada, riferita.

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