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Testo del canto 19 (XIX) del poema Orlando Furioso

50
Stero in questo travaglio, in questa pena
ben quattro giorni, e non avean più schermo;
e n’avria avuto il mar vittoria piena,
poco più che ‘l furor tenesse fermo:
ma diede speme lor d’aria serena
la disiata luce di santo Ermo,
ch’in prua s’una cocchina a por si venne;
che più non v’erano arbori né antenne.

51
Veduto fiammeggiar la bella face,
s’inginocchiaro tutti i naviganti,
e domandaro il mar tranquillo e pace
con umidi occhi e con voci tremanti.
La tempesta crudel, che pertinace
fu sin allora, non andò più inanti:
Maestro e Traversia più non molesta,
e sol del mar tiràn Libecchio resta.

52
Questo resta sul mar tanto possente,
e da la negra bocca in modo esala,
ed è con lui sì il rapido corrente
de l’agitato mar ch’in fretta cala,
che porta il legno più velocemente,
che pelegrin falcon mai facesse ala,
con timor del nocchier ch’al fin del mondo
non lo trasporti, o rompa, o cacci al fondo.

53
Rimedio a questo il buon nocchier ritruova,
che commanda gittar per poppa spere,
e caluma la gomona, e fa pruova
di duo terzi del corso ritenere.
Questo consiglio, e più l’augurio giova
di chi avea acceso in proda le lumiere:
questo il legno salvò che peria forse,
e fe’ ch’in alto mar sicuro corse.

54
Nel golfo di Laiazzo invêr Soria
sopra una gran città si trovò sorto,
e sì vicino al lito, che scopria
l’uno e l’altro castel che serra il porto.
Come il padron s’accorse de la via
che fatto avea, ritornò in viso smorto;
che né porto pigliar quivi volea,
né stare in alto, né fuggir potea.

55
Né potea stare in alto, né fuggire,
che gli arbori e l’antenne avea perdute:
eran tavole e travi pel ferire
del mar, sdrucite, macere e sbattute.
E ‘l pigliar porto era un voler morire,
o perpetuo legarsi in servitute;
che riman serva ogni persona, o morta,
che quivi errore o ria fortuna porta.

56
E ‘l stare in dubbio era con gran periglio
che non salisser genti de la terra
con legni armati, e al suo desson di piglio,
mal atto a star sul mar, non ch’a far guerra.
Mentre il padron non sa pigliar consiglio,
fu domandato da quel d’Inghilterra,
chi gli tenea sì l’animo suspeso,
e perché già non avea il porto preso.

57
Il padron narrò lui che quella riva
tutta tenean le femine omicide,
di quai l’antiqua legge ognun ch’arriva
in perpetuo tien servo, o che l’uccide;
e questa sorte solamente schiva
chi nel campo dieci uomini conquide,
e poi la notte può assaggiar nel letto
diece donzelle con carnal diletto.

58
E se la prima pruova gli vien fatta,
e non fornisca la seconda poi,
egli vien morto, e chi è con lui si tratta
da zappatore o da guardian di buoi.
Se di far l’uno e l’altro è persona atta,
impetra libertade a tutti i suoi;
a sé non già, c’ha da restar marito
di diece donne, elette a suo appetito.

59
Non poté udire Astolfo senza risa
de la vicina terra il rito strano.
Sopravien Sansonetto, e poi Marfisa,
indi Aquilante, e seco il suo germano.
Il padron parimente lor divisa
la causa che dal porto il tien lontano:
– Voglio (dicea) che inanzi il mar m’affoghi,
ch’io senta mai di servitude i gioghi. –

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