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Testo del canto 18 (XVIII) del poema Orlando Furioso

60
Re Norandin con la sua corte armata,
vedendo tutto ‘l populo fuggire,
venne alla porta in battaglia ordinata,
e quella fece alla sua giunta aprire.
Grifone intanto avendo già cacciata
da sé la turba sciocca e senza ardire,
la sprezzata armatura in sua difesa
(qual la si fosse) avea di nuovo presa;

61
e presso a un tempio ben murato e forte,
che circondato era d’un’alta fossa,
in capo un ponticel si fece forte,
perché chiuderlo in mezzo alcun non possa.
Ecco, gridando e minacciando forte,
fuor de la porta esce una squadra grossa.
L’animoso Grifon non muta loco,
e fa sembiante che ne tema poco.

62
E poi ch’avicinar questo drappello
si vide, andò a trovarlo in su la strada;
e molta strage fattane e macello
(che menava a due man sempre la spada),
ricorso avea allo stretto ponticello,
e quindi li tenea non troppo a bada:
di nuovo usciva e di nuovo tornava;
e sempre orribil segno vi lasciava.

63
Quando di dritto e quando di riverso
getta or pedoni or cavallieri in terra.
Il popul contra lui tutto converso
più e più sempre inaspera la guerra.
Teme Grifone al fin restar sommerso:
sì cresce il mar che d’ogn’intorno il serra;
e ne la spalla e ne la coscia manca
è già ferito, e pur la lena manca.

64
Ma la virtù, ch’ai suoi spesso soccorre,
gli fa appo Norandin trovar perdono.
Il re, mentre al tumulto in dubbio corre,
vede che morti già tanti ne sono:
vede le piaghe che di man d’Ettorre
pareano uscite: un testimonio buono,
che dianzi esso avea fatto indegnamente
vergogna a un cavallier molto eccellente.

65
Poi, come gli è più presso, e vede in fronte
quel che la gente a morte gli ha condutta,
e fattosene avanti orribil monte,
e di quel sangue il fosso e l’acqua brutta;
gli è aviso di veder proprio sul ponte
Orazio sol contra Toscana tutta:
e per suo onore, e perché gli ne ‘ncrebbe,
ritrasse i suoi, né gran fatica v’ebbe.

66
Ed alzando la man nuda e senz’arme,
antico segno di tregua o di pace,
disse a Grifon: – Non so, se non chiamarme
d’avere il torto, e dir che mi dispiace:
ma il mio poco giudicio, e lo istigarme
altrui, cadere in tanto error mi face.
Quel che di fare io mi credea al più vile
guerrier del mondo, ho fatto al più gentile.

67
E se bene alla ingiuria ed a quell’onta
ch’oggi fatta ti fu per ignoranza,
l’onor che ti fai qui s’adegua e sconta,
o (per più vero dir) supera e avanza;
la satisfazion ci serà pronta
a tutto mio sapere e mia possanza,
quando io conosca di poter far quella
per oro o per cittadi o per castella.

68
Chiedimi la metà di questo regno,
ch’io son per fartene oggi possessore;
che l’alta tua virtù non ti fa degno
di questo sol, ma ch’io ti doni il core:
e la tua mano in questo mezzo, pegno
di fé mi dona e di perpetuo amore. –
Così dicendo, da cavallo scese,
e vêr Grifon la destra mano stese.

69
Grifon, vedendo il re fatto benigno
venirgli per gittar le braccia al collo,
lasciò la spada e l’animo maligno,
e sotto l’anche ed umile abbracciollo.
Lo vide il re di due piaghe sanguigno,
e tosto fe’ venir chi medicollo;
indi portar ne la cittade adagio,
e riposar nel suo real palagio.

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