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Testo del canto 18 (XVIII) del poema Orlando Furioso

20
Quindici o venti ne tagliò a traverso,
altritanti lasciò del capo tronchi,
ciascun d’un colpo sol dritto o riverso;
che viti o salci par che poti e tronchi.
Tutto di sangue il fier pagano asperso,
lasciando capi fessi e bracci monchi,
e spalle e gambe ed altre membra sparte,
ovunque il passo volga, al fin si parte.

21
De la piazza si vede in guisa torre,
che non si può notar ch’abbia paura;
ma tuttavolta col pensier discorre,
dove sia per uscir via più sicura.
Capita al fin dove la Senna corre
sotto all’isola, e va fuor de le mura.
La gente d’arme e il popul fatto audace
lo stringe e incalza, e gir nol lascia in pace.

22
Qual per le selve nomade o massile
cacciata va la generosa belva,
ch’ancor fuggendo mostra il cor gentile,
e minacciosa e lenta si rinselva;
tal Rodomonte, in nessun atto vile,
da strana circondato e fiera selva
d’aste e di spade e di volanti dardi,
si tira al fiume a passi lunghi e tardi.

23
E sì tre volte e più l’ira il sospinse,
ch’essendone già fuor, vi tornò in mezzo,
ove di sangue la spada ritinse,
e più di cento ne levò di mezzo.
Ma la ragione al fin la rabbia vinse
di non far sì, ch’a Dio n’andasse il lezzo;
e da la ripa, per miglior consiglio,
si gittò all’acqua, e uscì di gran periglio.

24
Con tutte l’arme andò per mezzo l’acque,
come s’intorno avesse tante galle.
Africa, in te pare a costui non nacque,
ben che d’Anteo ti vanti e d’Anniballe.
Poi che fu giunto a proda, gli dispiacque,
che si vide restar dopo le spalle
quella città ch’avea trascorsa tutta,
e non l’avea tutta arsa né distrutta.

25
E sì lo rode la superbia e l’ira,
che, per tornarvi un’altra volta, guarda,
e di profondo cor geme e sospira,
né vuolne uscir, che non la spiani ed arda.
Ma lungo il fiume, in questa furia, mira
venir chi l’odio estingue e l’ira tarda.
Chi fosse io vi farò ben tosto udire;
ma prima un’altra cosa v’ho da dire.

26
Io v’ho da dir de la Discordia altiera,
a cui l’angel Michele avea commesso
ch’a battaglia accendesse e a lite fiera
quei che più forti avea Agramante appresso.
Uscì de’ frati la medesma sera,
avendo altrui l’ufficio suo commesso:
lasciò la Fraude a guerreggiare il loco,
fin che tornasse, e a mantenervi il fuoco.

27
E le parve ch’andria con più possanza,
se la Superbia ancor seco menasse;
e perché stavan tutte in una stanza,
non fu bisogno ch’a cercar l’andasse.
La Superbia v’andò, ma non che sanza
la sua vicaria il monaster lasciasse:
per pochi dì che credea starne assente,
lasciò l’Ipocrisia locotenente.

28
L’implacabil Discordia in compagnia
de la Superbia si messe in camino,
e ritrovò che la medesma via
facea, per gire al campo saracino,
l’afflitta e sconsolata Gelosia;
e venìa seco un nano piccolino,
il qual mandava Doralice bella
al re di Sarza a dar di sé novella.

29
Quando ella venne a Mandricardo in mano
(ch’io v’ho già raccontato e come e dove),
tacitamente avea commesso al nano,
che ne portasse a questo re le nuove.
Ella sperò che nol saprebbe invano,
ma che far si vedria mirabil pruove,
per riaverla con crudel vendetta
da quel ladron che gli l’avea intercetta.

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