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Testo del canto 18 (XVIII) del poema Orlando Furioso

110
Intenderete ancor, che come l’ebbe
riconosciute a manifeste note,
per altro che sia al mondo, non le avrebbe
lasciate un dì di sua persona vote.
Se più tenere un modo o un altro debbe
per racquistarle, ella pensar non puote:
ma se gli accosta a un tratto, e la man stende,
e senz’altro rispetto se le prende;

111
e per la fretta ch’ella n’ebbe, avenne
ch’altre ne prese, altre mandonne in terra.
Il re, che troppo offeso se ne tenne,
con uno sguardo sol le mosse guerra;
che ‘l popul, che l’ingiuria non sostenne,
per vendicarlo e lance e spade afferra,
non rammentando ciò ch’i giorni inanti
nocque il dar noia ai cavallieri erranti.

112
Né fra vermigli fiori, azzurri e gialli
vago fanciullo alla stagion novella,
né mai si ritrovò fra suoni e balli
più volentieri ornata donna e bella;
che fra strepito d’arme e di cavalli,
e fra punte di lance e di quadrella,
dove si sparga sangue e si dia morte,
costei si truovi, oltre ogni creder forte.

113
Spinge il cavallo, e ne la turba sciocca
con l’asta bassa impetuosa fere;
e chi nel collo e chi nel petto imbrocca,
e fa con l’urto or questo or quel cadere:
poi con la spada uno ed un altro tocca,
e fa qual senza capo rimanere,
e qual rotto, e qual passato al fianco,
e qual del braccio privo o destro o manco.

114
L’ardito Astolfo e il forte Sansonetto,
ch’avean con lei vestita e piastra e maglia,
ben che non venner già per tal effetto,
pur, vedendo attaccata la battaglia,
abbassan la visiera de l’elmetto,
e poi la lancia per quella canaglia;
ed indi van con la tagliente spada
di qua di là facendosi far strada.

115
I cavallieri di nazion diverse,
ch’erano per giostrar quivi ridutti,
vedendo l’arme in tal furor converse,
e gli aspettati giuochi in gravi lutti
(che la cagion ch’avesse di dolerse
la plebe irata non sapeano tutti,
né ch’al re tanta ingiuria fosse fatta),
stavan con dubbia mente e stupefatta.

116
Di ch’altri a favorir la turba venne,
che tardi poi non se ne fu a pentire;
altri, a cui la città più non attenne
che gli stranieri, accorse a dipartire;
altri, più saggio, in man la briglia tenne,
mirando dove questo avesse a uscire.
Di quelli fu Grifone ed Aquilante,
che per vendicar l’arme andaro inante.

117
Essi vedendo il re che di veneno
avea le luci inebriate e rosse,
ed essendo da molti istrutti a pieno
de la cagion che la discordia mosse,
e parendo a Grifon che sua, non meno
che del re Norandin, l’ingiuria fosse;
s’avean le lance fatte dar con fretta,
e venian fulminando alla vendetta.

118
Astolfo d’altra parte Rabicano
venìa spronando a tutti gli altri inante,
con l’incantata lancia d’oro in mano,
ch’al fiero scontro abbatte ogni giostrante.
Ferì con essa e lasciò steso al piano
prima Grifone, e poi trovò Aquilante;
e de lo scudo toccò l’orlo a pena,
che lo gittò riverso in su l’arena.

119
I cavallier di pregio e di gran pruova
votan le selle inanzi a Sansonetto.
L’uscita de la piazza il popul truova:
il re n’arrabbia d’ira e di dispetto.
Con la prima corazza e con la nuova
Marfisa intanto, e l’uno e l’altro elmetto,
poi che si vide a tutti dare il tergo,
vincitrice venìa verso l’albergo.

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