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Testo del canto 17 (XVII) del poema Orlando Furioso

80
Ma d’un parlar ne l’altro, ove sono ito
si lungi, dal camin ch’io faceva ora?
Non lo credo però sì aver smarrito,
ch’io non lo sappia ritrovare ancora.
Io dicea ch’in Soria si tenea il rito
d’armarsi, che i Franceschi aveano allora:
sì che bella in Damasco era la piazza
di gente armata d’elmo e di corazza.

81
Le vaghe donne gettano dai palchi
sopra i giostranti fior vermigli e gialli,
mentre essi fanno a suon degli oricalchi
levare a salti ed aggirar cavalli.
Ciascuno, o bene o mal ch’egli cavalchi,
vuol far quivi vedersi, e sprona e dàlli:
di ch’altri ne riporta pregio e lode;
mentre altri a riso, e gridar dietro s’ode.

82
De la giostra era il prezzo un’armatura
che fu donata al re pochi dì inante,
che su la strada ritrovò a ventura,
ritornando d’Armenia, un mercatante.
Il re di nobilissima testura
le sopraveste all’arme aggiunse, e tante
perle vi pose intorno e gemme ed oro,
che la fece valer molto tesoro.

83
Se conosciute il re quell’arme avesse,
care avute l’avria sopra ogni arnese;
né in premio de la giostra l’avria messe,
come che liberal fosse e cortese.
Lungo saria chi raccontar volesse
chi l’avea sì sprezzate e vilipese,
che ‘n mezzo de la strada le lasciasse,
preda chiunque o inanzi o indietro andasse.

84
Di questo ho da contarvi più di sotto:
or dirò di Grifon, ch’alla sua giuuta
un paio e più di lance trovò rotto,
menato più d’un taglio e d’una punta.
Dei più cari e più fidi al re fur otto
che quivi insieme avean lega congiunta;
gioveni; in arme pratichi ed industri,
tutti o signori o di famiglie illustri.

85
Quei rispondean ne la sbarrata piazza
per un dì, ad uno ad uno, a tutto ‘l mondo,
prima con lancia, e poi con spada o mazza,
fin ch’al re di guardarli era giocondo;
e si foravan spesso la corazza:
per giuoco in somma qui facean, secondo
fan gli nimici capitali, eccetto
che potea il re partirli a suo diletto.

86
Quel d’Antiochia, un uom senza ragione,
che Martano il codardo nominosse,
come se de la forza di Grifone,
poi ch’era seco, participe fosse,
audace entrò nel marziale agone;
e poi da canto ad aspettar fermosse,
sin che finisce una battaglia fiera
che tra duo cavallier cominciata era.

87
Il signor di Seleucia, di quell’uno,
ch’a sostener l’impresa aveano tolto,
combattendo in quel tempo con Ombruno,
lo ferì d’una punta in mezzo ‘l volto,
sì che l’uccise: e pietà n’ebbe ognuno,
perché buon cavallier lo tenean molto;
ed oltra la bontade, il più cortese
non era stato in tutto quel paese.

88
Veduto ciò, Martano ebbe paura
che parimente a sé non avvenisse;
e ritornando ne la sua natura,
a pensar cominciò come fugisse.
Grifon, che gli era appresso e n’avea cura,
lo spinse pur, poi ch’assai fece e disse,
contra un gentil guerrier che s’era mosso,
come si spinge il cane al lupo adosso;

89
che dieci passi gli va dietro o venti,
e poi si ferma, ed abbaiando guarda
come digrigni i minacciosi denti,
come negli occhi orribil fuoco gli arda.
Quivi ov’erano e principi presenti
e tanta gente nobile e gagliarda,
fuggì lo ‘ncontro il timido Martano,
e torse ‘l freno e ‘l capo a destra mano.

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