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Testo del canto 17 (XVII) del poema Orlando Furioso

70
Vanno scorrendo timpani e trombette,
e ragunando in piazza la cittade.
Or, poi che de cavalli e de carrette
e ribombar de gridi odon le strade,
Grifon le lucide arme si rimette,
che son di quelle che si trovan rade;
che l’avea impenetrabili e incantate
la Fata bianca di sua man temprate.

71
Quel d’Antiochia, più d’ogn’altro vile,
armossi seco, e compagnia gli tenne.
Preparate avea lor l’oste gentile
nerbose lance, e salde e grosse antenne,
e del suo parentado non umìle
compagnia tolta; e seco in piazza venne;
e scudieri a cavallo, e alcuni a piede,
a tal servigi attissimi, lor diede.

72
Giunsero in piazza, e trassonsi in disparte,
né pel campo curar far di sé mostra,
per veder meglio il bel popul di Marte,
ch’ad uno, o a dua, o a tre, veniano in giostra.
Chi con colori accompagnati ad arte
letizia o doglia alla sua donna mostra;
chi nel cimier, chi nel dipinto scudo
disegna Amor, se l’ha benigno o crudo.

73
Soriani in quel tempo aveano usanza
d’armarsi a questa guisa di Ponente.
Forse ve gli inducea la vicinanza
che de’ Franceschi avean continuamente,
che quivi allor reggean la sacra stanza
dove in carne abitò Dio onnipotente;
ch’ora i superbi e miseri cristiani,
con biasmi lor, lasciano in man de’ cani.

74
Dove abbassar dovrebbono la lancia
in augumento de la santa fede,
tra lor si dan nel petto e ne la pancia
a destruzion del poco che si crede.
Voi, gente ispana, e voi, gente di Francia,
volgete altrove, e voi, Svizzeri, il piede,
e voi, Tedeschi, a far più degno acquisto;
che quanto qui cercate è già di Cristo.

75
Se Cristianissimi esser voi volete,
e voi altri Catolici nomati,
perché di Cristo gli uomini uccidete?
perché de’ beni lor son dispogliati?
Perché Ierusalem non riavete,
che tolto è stato a voi da’ rinegati?
Perché Costantinopoli e del mondo
la miglior parte occupa il Turco immondo?

76
Non hai tu, Spagna, l’Africa vicina,
che t’ha via più di questa Italia offesa?
E pur, per dar travaglio alla meschina,
lasci la prima tua sì bella impresa.
O d’ogni vizio fetida sentina,
dormi, Italia imbriaca, e non ti pesa
ch’ora di questa gente, ora di quella
che già serva ti fu, sei fatta ancella?

77
Se ‘l dubbio di morir ne le tue tane,
Svizzer, di fame, in Lombardia ti guida,
e tra noi cerchi o chi ti dia del pane,
o, per uscir d’inopia, chi t’uccida;
le richezze del Turco hai non lontane:
caccial d’Europa, o almen di Grecia snida;
così potrai o del digiuno trarti,
o cader con più merto in quelle parti.

78
Quel ch’a te dico, io dico al tuo vicino
tedesco ancor; là le richezze sono,
che vi portò da Roma Costantino:
portonne il meglio, e fe’ del resto dono.
Pattolo ed Ermo onde si tra’ l’or fino,
Migdonia e Lidia, e quel paese buono
per tante laudi in tante istorie noto,
non è, s’andar vi vuoi, troppo remoto.

79
Tu, gran Leone, a cui premon le terga
de le chiavi del ciel le gravi some,
non lasciar che nel sonno si sommerga
Italia, se la man l’hai ne le chiome.
Tu sei Pastore; e Dio t’ha quella verga
data a portare, e scelto il fiero nome,
perché tu ruggi, e che le braccia stenda,
sì che dai lupi il grege tuo difenda.

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