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Testo del canto 17 (XVII) del poema Orlando Furioso

50
Dove averne piacer deve e conforto,
vedendol quivi, ella n’ha affanno e noia:
lo vede giunto ov’ha da restar morto;
e non può far però ch’essa non muoia.
– Con tutto ‘l mal (diceagli) ch’io supporto,
signor, sentia non mediocre gioia,
che ritrovato non t’eri con nui
quando da l’Orco oggi qui tratta fui.

51
Che se ben il trovarmi ora in procinto
d’uscir di vita m’era acerbo e forte;
pur mi sarei, come è commune istinto,
dogliuta sol de la mia trista sorte:
ma ora, o prima o poi che tu sia estinto,
più mi dorrà la tua che la mia morte. –
E seguitò, mostrando assai più affanno
di quel di Norandin, che del suo danno.

52
– La speme (disse il re) mi fa venire,
c’ho di salvarti, e tutti questi teco:
e s’io nol posso far, meglio è morire,
che senza te, mio sol, viver poi cieco.
Come io ci venni, mi potrò partire;
e voi tutt’altri ne verrete meco,
se non avrete, come io non ho avuto,
schivo a pigliare odor d’animal bruto. –

53
La fraude insegnò a noi, che contra il naso
de l’Orco insegnò a lui la moglie d’esso;
di vestirci le pelli, in ogni caso
ch’egli ne palpi ne l’uscir del fesso.
Poi che di questo ognun fu persuaso;
quanti de l’un, quanti de l’altro sesso
ci ritroviamo, uccidian tanti becchi,
quelli che più fetean, ch’eran più vecchi.

54
Ci ungemo i corpi di quel grasso opimo
che ritroviamo all’intestina intorno,
e de l’orride pelli ci vestimo.
Intanto uscì da l’aureo albergo il giorno.
Alla spelonca, come apparve il primo
raggio del sol, fece il pastor ritorno;
e dando spirto alle sonore canne,
chiamò il suo gregge fuor de le capanne.

55
Tenea la mano al buco de la tana,
acciò col gregge non uscissin noi:
ci prendea al varco; e quando pelo o lana
sentia sul dosso, ne lasciava poi.
Uomini e donne uscimmo per sì strana
strada, coperti dagl’irsuti cuoi:
e l’Orco alcun di noi mai non ritenne,
fin che con gran timor Lucina venne.

56
Lucina, o fosse perch’ella non volle
ungersi come noi, che schivo n’ebbe;
o ch’avesse l’andar più lento e molle,
che l’imitata bestia non avrebbe;
o quando l’Orco la groppa toccolle,
gridasse per la tema che le accrebbe;
o che se le sciogliessero le chiome;
sentita fu, né ben so dirvi come.

57
Tutti eravam sì intenti al caso nostro,
che non avemmo gli occhi agli altrui fatti.
Io mi rivolsi al grido; e vidi il mostro
che già gl’irsuti spogli le avea tratti,
e fattola tornar nel cavo chiostro.
Noi altri dentro a nostre gonne piatti
col gregge andamo ove ‘l pastor ci mena,
tra verdi colli in una piaggia amena.

58
Quivi attendiamo infin che steso all’ombra
d’un bosco opaco il nasuto Orco dorma.
Chi lungo il mar, chi verso ‘l monte sgombra:
sol Norandin non vuol seguir nostr’orma.
L’amor de la sua donna sì lo ‘ngombra,
ch’alla grotta tornar vuol fra la torma,
né partirsene mai sin alla morte,
se non racquista la fedel consorte:

59
che quando dianzi avea all’uscir del chiuso
vedutala restar captiva sola,
fu per gittarsi, dal dolor confuso,
spontaneamente al vorace Orco in gola;
e si mosse, e gli corse infino al muso,
né fu lontano a gir sotto la mola:
ma pur lo tenne in mandra la speranza
ch’avea di trarla ancor di quella stanza.

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