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Testo del canto 17 (XVII) del poema Orlando Furioso

125
La qual mi spiacque sì, che restò poco,
che per punir l’estrema sua viltade,
non gli facessi allora allora un gioco,
che non toccasse più lance né spade:
ma ebbi, più ch’a lui, rispetto al loco,
e riverenza a vostra maestade.
Né per me voglio che gli sia guadagno
l’essermi stato un giorno o dua compagno:

126
di che contaminato anco esser parme;
e sopra il cor mi sarà eterno peso,
se, con vergogna del mestier de l’arme,
io lo vedrò da noi partire illeso:
e meglio che lasciarlo, satisfarme
potrete, se sarà d’un merlo impeso;
e fia lodevol opra e signorile,
perch’el sia esempio e specchio ad ogni vile. –

127
Al detto suo Martano Orrigille have,
senza accennar, confermatrice presta.
– Non son (rispose il re) l’opre sì prave,
ch’al mio parer v’abbia d’andar la testa.
Voglio per pena del peccato grave,
che sol rinuovi al populo la festa. –
E tosto a un suo baron, che fe’ venire,
impose quanto avesse ad esequire.

128
Quel baron molti armati seco tolse,
ed alla porta de la terra scese;
e quivi con silenzio li raccolse,
e la venuta di Grifone attese:
e ne l’entrar sì d’improviso il colse,
che fra i duo ponti a salvamento il prese;
e lo ritenne con beffe e con scorno
in una oscura stanza insin al giorno.

129
Il Sole a pena avea il dorato crine
tolto di grembio alla nutrice antica,
e cominciava da le piagge alpine
a cacciar l’ombre e far la cima aprica;
quando temendo il vil Martan ch’al fine
Grifone ardito la sua causa dica,
e ritorni la colpa ond’era uscita,
tolse licenza, e fece indi partita,

130
trovando idonia scusa al priego regio,
che non stia allo spettacolo ordinato.
Altri doni gli avea fatto, col pregio
de la non sua vittoria, il signor grato;
e sopra tutto un amplo privilegio,
dov’era d’altri onori al sommo ornato.
Lasciànlo andar; ch’io vi prometto certo,
che la mercede avrà secondo il merto.

131
Fu Grifon tratto a gran vergogna in piazza,
quando più si trovò piena di gente.
Gli avean levato l’elmo e la corazza,
e lasciato in farsetto assai vilmente;
e come il conducessero alla mazza,
posto l’avean sopra un carro eminente,
che lento lento tiravan due vacche
da lunga fame attenuate e fiacche.

132
Venian d’intorno alla ignobil quadriga
vecchie sfacciate e disoneste putte,
di che n’era una ed or un’altra auriga,
e con gran biasmo lo mordeano tutte.
Lo poneano i fanciulli in maggior briga,
che, oltre le parole infami e brutte,
l’avrian coi sassi insino a morte offeso,
se dai più saggi non era difeso.

133
L’arme che del suo male erano state
cagion, che di lui fer non vero indicio,
da la coda del carro strascinate
patian nel fango debito supplicio.
Le ruote inanzi a un tribunal fermate
gli fero udir de l’altrui maleficio
la sua ignominia, che ‘n sugli occhi detta
gli fu, gridando un publico trombetta.

134
Lo levar quindi, e lo mostrar per tutto
dinanzi a templi, ad officine e a case,
dove alcun nome scelerato e brutto,
che non gli fosse detto, non rimase.
Fuor de la terra all’ultimo cundutto
fu da la turba, che si persuase
bandirlo e cacciare indi a suon di busse,
non conoscendo ben ch’egli si fusse.

135
Si tosto a pena gli sferraro i piedi
e liberargli l’una e l’altra mano,
che tor lo scudo ed impugnar gli vedi
la spada, che rigò gran pezzo il piano.
Non ebbe contra sé lance né spiedi;
che senz’arme venìa il populo insano.
Ne l’altro canto diferisco il resto;
che tempo è omai, Signor, di finir questo.

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