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Testo del canto 17 (XVII) del poema Orlando Furioso

1
Il giusto Dio, quando i peccati nostri
hanno di remission passato il segno,
acciò che la giustizia sua dimostri
uguale alla pietà, spesso dà regno
a tiranni atrocissimi ed a mostri,
e dà lor forza e di mal fare ingegno.
Per questo Mario e Silla pose al mondo,
e duo Neroni e Caio furibondo,

2
Domiziano e l’ultimo Antonino;
e tolse da la immonda e bassa plebe,
ed esaltò all’imperio Massimino;
e nascer prima fe’ Creonte a Tebe;
e dié Mezenzio al populo Agilino,
che fe’ di sangue uman grasse le glebe;
e diede Italia a tempi men remoti
in preda agli Unni, ai Longobardi, ai Goti.

3
Che d’Atila dirò? che de l’iniquo
Ezzellin da Roman? che d’aItri cento?
che dopo un lungo andar sempre in obliquo,
ne manda Dio per pena e per tormento.
Di questo abbiàn non pur al tempo antiquo,
ma ancora al nostro, chiaro esperimento,
quando a noi, greggi inutili e malnati,
ha dato per guardian lupi arrabbiati:

4
a cui non par ch’abbi a bastar lor fame,
ch’abbi il lor ventre a capir tanta carne;
e chiaman lupi di più ingorde brame
da boschi oltramontani a divorarne.
Di Trasimeno l’insepulto ossame
e di Canne e di Trebia poco parne
verso quel che le ripe e i campi ingrassa,
dov’Ada e Mella e Ronco e Tarro passa.

5
Or Dio consente che noi siàn puniti
da populi di noi forse peggiori,
per li multiplicati ed infiniti
nostri nefandi, obbrobriosi errori.
Tempo verrà ch’a depredar lor liti
andremo noi, se mai saren migliori,
e che i peccati lor giungano al segno,
che l’eterna Bontà muovano a sdegno.

6
Doveano allora aver gli eccessi loro
di Dio turbata la serena fronte,
che scórse ogni lor luogo il Turco e ‘l Moro
con stupri, uccision, rapine ed onte:
ma più di tutti gli altri danni, foro
gravati dal furor di Rodomonte.
Dissi ch’ebbe di lui la nuova Carlo,
e che ‘n piazza venia per ritrovarlo.

7
Vede tra via la gente sua troncata,
arsi i palazzi, e ruinati i templi,
gran parte de la terra desolata;
mai non si vider sì crudeli esempli.
– Dove fuggite, turba spaventata?
Non è tra voi chi ‘l danno suo contempli?
Che città, che refugio più vi resta,
quando si perda sì vilmente questa?

8
Dunque un uom solo in vostra terra preso,
cinto di mura onde non può fuggire,
si partirà che non l’avrete offeso,
quando tutti v’avrà fatto morire? –
Così Carlo dicea, che d’ira acceso
tanta vergogna non potea patire.
E giunse dove inanti alla gran corte
vide il pagan por la sua gente a morte.

9
Quivi gran parte era del populazzo,
sperandovi trovare aiuto, ascesa;
perché forte di mura era il palazzo,
con munizion da far lunga difesa.
Rodomonte, d’orgoglio e d’ira pazzo,
solo s’avea tutta la piazza presa:
e l’una man, che prezza il mondo poco,
ruota la spada, e l’altra getta il fuoco.

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