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Testo del canto 16 (XVI) del poema Orlando Furioso

10
Dopo, accordando affettuosi gesti
alla suavità de le parole,
dicea piangendo: – Signor mio, son questi
debiti premi a chi t’adora e cole?
che sola senza te già un anno resti,
e va per l’altro, e ancor non te ne duole?
E s’io stava aspettare il suo ritorno,
non so se mai veduto avrei quel giorno!

11
Quando aspettava che di Nicosia,
dove tu te n’andasti alla gran corte,
tornassi a me che con la febbre ria
lasciata avevi in dubbio de la morte,
intesi che passato eri in Soria:
il che a patir mi fu sì duro e forte,
che non sapendo come io ti seguissi,
quasi il cor di man propria mi traffissi.

12
Ma Fortuna di me con doppio dono
mostra d’aver, quel che non hai tu, cura:
mandommi il fratel mio, col quale io sono
sin qui venuta del mio onor sicura;
ed or mi manda questo incontro buono
di te, ch’io stimo sopra ogni aventura:
e bene a tempo il fa; che più tardando,
morta sarei, te, signor mio, bramando. –

13
E seguitò la donna fraudolente,
di cui l’opere fur più che di volpe,
la sua querela così astutamente,
che riversò in Grifon tutte le colpe.
Gli fa stimar colui, non che parente,
ma che d’un padre seco abbia ossa e polpe:
e con tal modo sa tesser gl’inganni,
che men verace par Luca e Giovanni.

14
Non pur di sua perfidia non riprende
Grifon la donna iniqua più che bella;
non pur vendetta di colui non prende,
che fatto s’era adultero di quella:
ma gli par far assai, se si difende
che tutto il biasmo in lui non riversi ella;
e come fosse suo cognato vero,
d’accarezzar non cessa il cavalliero.

15
E con lui se ne vien verso le porte
di Damasco, e da lui sente tra via,
che là dentro dovea splendida corte
tenere il ricco re de la Soria;
e ch’ognun quivi, di qualunque sorte,
o sia cristiano, o d’altra legge sia,
dentro e di fuori ha la città sicura
per tutto il tempo che la festa dura.

16
Non però son di seguitar sì intento
l’istoria de la perfida Orrigille,
ch’a’ giorni suoi non pur un tradimento
fatto agli amanti avea, ma mille e mille;
ch’io non ritorni a riveder dugento
mila persone, o più de le scintille
del fuoco stuzzicato, ove alle mura
di Parigi facean danno e paura.

17
Io vi lasciai, come assaltato avea
Agramante una porta de la terra,
che trovar senza guardia si credea:
né più riparo altrove il passo serra;
perché in persona Carlo la tenea,
ed avea seco i mastri de la guerra,
duo Guidi, duo Angelini; uno Angeliero,
Avino, Avolio, Otone e Berlingiero.

18
Inanzi a Carlo, inanzi al re Agramante
l’un stuolo e l’altro si vuol far vedere,
ove gran loda, ove mercé abondante
si può acquistar, facendo il suo dovere.
I Mori non però fer pruove tante,
che par ristoro al danno abbiano avere;
perché ve ne restar morti parecchi,
ch’agli altri fur di folle audacia specchi.

19
Grandine sembran le spesse saette
dal muro sopra gli nimici sparte.
Il grido insin al ciel paura mette,
che fa la nostra e la contraria parte.
Ma Carlo un poco ed Agramante aspette;
ch’io vo’ cantar de l’africano Marte,
Rodomonte terribile ed orrendo,
che va per mezzo la città correndo.

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