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Testo del canto 14 (XIV) del poema Orlando Furioso

30
Era venuto pochi giorni avante
nel campo del re d’Africa un signore;
né in Ponente era, né in tutto Levante,
di più forza di lui, né di più core.
Gli facea grande onore il re Agramante,
per esser costui figlio e successore
in Tartaria del re Agrican gagliardo:
suo nome era il feroce Mandricardo.

31
Per molti chiari gesti era famoso,
e di sua fama tutto il mondo empìa;
ma lo facea più d’altro glorioso,
ch’al castel de la fata di Soria
l’usbergo avea acquistato luminoso
ch’Ettor troian portò mille anni pria,
per strana e formidabile aventura,
che ‘l ragionarne pur mette paura.

32
Trovandosi costui dunque presente
a quel parlar, alzò l’ardita faccia;
e si dispose andare immantinente,
per trovar quel guerrier, dietro alla traccia.
Ritenne occulto il suo pensiero in mente,
o sia perché d’alcun stima non faccia,
o perché tema, se ‘l pensier palesa,
ch’un altro inanzi a lui pigli l’impresa.

33
Allo scudier fe’ dimandar come era
la sopravesta di quel cavalliero.
Colui rispose: – Quella è tutta nera,
lo scudo nero, e non ha alcun cimiero. –
E fu, Signor, la sua risposta vera,
perché lasciato Orlando avea il quartiero;
che come dentro l’animo era in doglia,
così imbrunir di fuor volse la spoglia.

34
Marsilio a Mandricardo avea donato
un destrier baio a scorza di castagna,
con gambe e chiome nere; ed era nato
di frisa madre e d’un villan di Spagna.
Sopra vi salta Mandricardo armato,
e galoppando va per la campagna;
e giura non tornare a quelle schiere
se non truova il campion da l’arme nere.

35
Molta incontrò de la paurosa gente
che da le man d’Orlando era fuggita,
chi del figliuol, chi del fratel dolente,
ch’inanzi agli occhi suoi perdè la vita.
Ancora la codarda e trista mente
ne la pallida faccia era sculpita;
ancor, per la paura che avuta hanno,
pallidi, muti ed insensati vanno.

36
Non fe’ lungo camin, che venne dove
crudel spettaculo ebbe ed inumano,
ma testimonio alle mirabil pruove
che fur raconte inanzi al re africano.
Or mira questi, or quelli morti, e muove,
e vuol le piaghe misurar con mano,
mosso da strana invidia ch’egli porta
al cavallier ch’avea la gente morta.

37
Come lupo o mastin ch’ultimo giugne
al bue lasciato morto da’ villani,
che truova sol le corna, l’ossa e l’ugne,
del resto son sfamati augelli e cani;
riguarda invano il teschio che non ugne:
così fa il crudel barbaro in que’ piani.
Per duol bestemmia, e mostra invidia immensa,
che venne tardi e così ricca mensa.

38
Quel giorno e mezzo l’altro segue incerto
il cavallier dal negro, e ne domanda.
Ecco vede un pratel d’ombre coperto,
che sì d’un alto fiume si ghirlanda,
che lascia a pena un breve spazio aperto,
dove l’acqua si torce ad altra banda.
Un simil luogo con girevol onda
sotto Ocricoli il Tevere circonda.

39
Dove entrar si potea, con l’arme indosso
stavano molti cavallieri armati.
Chiede il pagan, chi gli avea in stuol sì grosso,
ed a che effetto insieme ivi adunati.
Gli fe’ risposta il capitano, mosso
dal signoril sembiante e da’ fregiati
d’oro e di gemme arnesi di gran pregio,
che lo mostravan cavalliero egregio.

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