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Testo del canto 14 (XIV) del poema Orlando Furioso

125
Tagliò in due parti il provenzal Luigi,
e passò il petto al tolosano Arnaldo.
Di Torse Oberto, Claudio, Ugo e Dionigi
mandar lo spirto fuor col sangue caldo;
e presso a questi, quattro da Parigi,
Gualtiero, Satallone, Odo ed Ambaldo,
ed altri molti: ed io non saprei come
di tutti nominar la patria e il nome.

126
La turba dietro a Rodomonte presta
le scale appoggia, e monta in più d’un loco.
Quivi non fanno i Parigin più testa;
che la prima difesa lor val poco.
San ben ch’agli nemici assai più resta
dentro da fare, e non l’avran da gioco;
perché tra il muro e l’argine secondo
discende il fosso orribile e profondo.

127
Oltra che i nostri facciano difesa
dal basso all’alto, e mostrino valore;
nuova gente succede alla contesa
sopra l’erta pendice interiore,
che fa con lance e con saette offesa
alla gran moltitudine di fuore,
che credo ben, che saria stata meno,
se non v’era il figliuol del re Ulieno.

128
Egli questi conforta, e quei riprende,
e lor mal grado inanzi se gli caccia:
ad altri il petto, ad altri il capo fende,
che per fuggir veggia voltar la faccia.
Molti ne spinge ed urta; alcuni prende
pei capelli, pel collo e per le braccia:
e sozzopra là giù tanti ne getta,
che quella fossa a capir tutti è stretta.

129
Mentre lo stuol de’ barbari si cala,
anzi trabocca al periglioso fondo,
ed indi cerca per diversa scala
di salir sopra l’argine secondo;
il re di Sarza (come avesse un’ala
per ciascun de’ suoi membri) levò il pondo
di sì gran corpo e con tant’arme indosso,
e netto si lanciò di là dal fosso.

130
Poco era men di trenta piedi, o tanto,
ed egli il passò destro come un veltro,
e fece nel cader strepito, quanto
avesse avuto sotto i piedi il feltro:
ed a questo ed a quello affrappa il manto,
come sien l’arme di tenero peltro,
e non di ferro, anzi pur sien di scorza:
tal la sua spada, e tanta è la sua forza!

131
In questo tempo i nostri, da chi tese
l’insidie son ne la cava profonda,
che v’han scope e fascine in copia stese,
intorno a quai di molta pece abonda
(né però alcuna si vede palese,
ben che n’è piena l’una e l’altra sponda
dal fondo cupo insino all’orlo quasi),
e senza fin v’hanno appiattati vasi,

132
qual con salnitro, qual con oglio, quale
con zolfo, qual con altra simil esca;
i nostri in questo tempo, perché male
ai Saracini il folle ardir riesca,
ch’eran nel fosso, e per diverse scale
credean montar su l’ultima bertresca;
udito il segno da oportuni lochi,
di qua e di là fenno avampare i fochi.

133
Tornò la fiamma sparsa tutta in una,
che tra una ripa e l’altra ha ‘l tutto pieno;
e tanto ascende in alto, ch’alla luna
può d’appresso asciugar l’umido seno.
Sopra si volve oscura nebbia e bruna,
che ‘l sole adombra, e spegne ogni sereno.
Sentesi un scoppio in un perpetuo suono,
simile a un grande e spaventoso tuono.

134
Aspro concento, orribile armonia
d’alte querele, d’ululi e di strida
de la misera gente che peria
nel fondo per cagion de la sua guida,
istranamente concordar s’udia
col fiero suon de la fiamma omicida.
Non più, Signor, non più di questo canto;
ch’io son già rauco e vo’ posarmi alquanto.

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