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Testo del canto 13 (XIII) del poema Orlando Furioso

30
Contra quel disleal mi fu adiutrice
questa turba, signor; ma a quella image
che sovente in proverbio il vulgo dice:
cader de la padella ne le brage.
Gli è ver ch’io non son stata sì infelice,
né le lor menti ancor tanto malvage,
ch’abbino violata mia persona:
non che sia in lor virtù, né cosa buona.

31
Ma perché se mi serban, come io sono,
vergine, speran vendermi più molto.
Finito è il mese ottavo e viene il nono,
che fu il mio vivo corpo qui sepolto.
Del mio Zerbino ogni speme abbandono;
che già, per quanto ho da lor detti accolto,
m’han promessa e venduta a un mercadante,
che portare al soldan mi de’ in Levante. –

32
Così parlava la gentil donzella;
e spesso con signiozzi e con sospiri
interrompea l’angelica favella,
da muovere a pietade aspidi e tiri.
Mentre sua doglia così rinovella,
o forse disacerba i suoi martiri,
da venti uomini entrar ne la spelonca,
armati chi di spiedo e chi di ronca.

33
Il primo d’essi, uom di spietato viso,
ha solo un occhio, e sguardo scuro e bieco;
l’altro, d’un colpo che gli avea reciso
il naso e la mascella, è fatto cieco.
Costui vedendo il cavalliero assiso
con la vergine bella entro allo speco,
volto a’ compagni, disse: – Ecco augel nuovo,
a cui non tesi, e ne la rete il truovo. –

34
Poi disse al conte: – Uomo non vidi mai
più commodo di te, né più opportuno.
Non so se ti se’ apposto, o se lo sai
perché te l’abbia forse detto alcuno,
che sì bell’arme io desiava assai,
e questo tuo leggiadro abito bruno.
Venuto a tempo veramente sei,
per riparare agli bisogni miei. –

35
Sorrise amaramente, in piè salito,
Orlando, e fe’ risposta al mascalzone:
– Io ti venderò l’arme ad un partito
che non ha mercadante in sua ragione. –
Del fuoco, ch’avea appresso, indi rapito
pien di fuoco e di fumo uno stizzone,
trasse, e percosse il malandrino a caso,
dove confina con le ciglia il naso.

36
Lo stizzone ambe le palpebre colse,
ma maggior danno fe’ ne la sinistra;
che quella parte misera gli tolse,
che de la luce sola, era ministra.
Né d’acciecarlo contentar si volse
il colpo fier, s’ancor non lo registra
tra quelli spirti che con suoi compagni
fa star Chiron dentro ai bollenti stagni.

37
Ne la spelonca una gran mensa siede
grossa duo palmi, e spaziosa in quadro,
che sopra un mal pulito e grosso piede,
cape con tutta la famiglia il ladro.
Con quell’agevolezza che si vede
gittar la canna lo Spagnuol leggiadro,
Orlando il grave desco da sé scaglia
dove ristretta insieme è la canaglia.

38
A chi’l petto, a chi’l ventre, a chi la testa,
a chi rompe le gambe, a chi le braccia;
di ch’altri muore, altri storpiato resta:
chi meno è offeso, di fuggir procaccia.
Così talvolta un grave sasso pesta
e fianchi e lombi, e spezza capi e schiaccia,
gittato sopra un gran drapel di biscie,
che dopo il verno al sol si goda e liscie.

39
Nascono casi, e non saprei dir quanti:
una muore, una parte senza coda,
un’altra non si può muover davanti,
e ‘l deretano indarno aggira e snoda;
un’altra, ch’ebbe più propizi i santi,
striscia fra l’erbe, e va serpendo a proda.
Il colpo orribil fu, ma non mirando,
poi che lo fece il valoroso Orlando.

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