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Testo del canto 12 (XII) del poema Orlando Furioso

40
Poi volto a Ferraù, disse: – Uom bestiale,
s’io non guardassi che senza elmo sei,
di quel c’hai detto, s’hai ben detto o male,
senz’altra indugia accorger ti farei. –
Disse il Spagnuol: – Di quel ch’a me non cale,
perché pigliarne tu cura ti dei?
Io sol contra ambidui per far son buono
quel che detto ho, senza elmo come sono. –

41
– Deh (disse Orlando al re di Circassia),
in mio servigio a costui l’elmo presta,
tanto ch’io gli abbia tratta la pazzia;
ch’altra non vidi mai simile a questa. –
Rispose il re: – Chi più pazzo saria?
Ma se ti par pur la domanda onesta,
prestagli il tuo; ch’io non sarò men atto,
che tu sia forse, a castigare un matto. –

42
Soggiunse Ferraù: – Sciocchi voi, quasi
che, se mi fosse il portar elmo a grado,
voi senza non ne fosse già rimasi;
che tolti i vostri avrei, vostro mal grado.
Ma per narrarvi in parte li miei casi,
per voto così senza me ne vado,
ed anderò, fin ch’io non ho quel fino
che porta in capo Orlando paladino. –

43
– Dunque (rispose sorridente il conte)
ti pensi a capo nudo esser bastante
far ad Orlando quel che in Aspramonte
egli già fece al figlio d’Agolante?
Anzi credo io, se tel vedessi a fronte,
ne tremeresti dal capo alle piante;
non che volessi l’elmo, ma daresti
l’altre arme a lui di patto, che tu vesti. –

44
Il vantator Spagnuol disse: – Già molte
fiate e molte ho così Orlando astretto,
che facilmente l’arme gli avrei tolte,
quante indosso n’avea, non che l’elmetto;
e s’io nol feci, occorrono alle volte
pensier che prima non s’aveano in petto:
non n’ebbi, già fu, voglia; or l’aggio, e spero
che mi potrà succeder di leggiero. –

45
Non potè aver più pazienza Orlando
e gridò: – Mentitor, brutto marrano,
in che paese ti trovasti, e quando,
a poter più di me con l’arme in mano?
Quel paladin, di che ti vai vantando,
son io, che ti pensavi esser lontano.
Or vedi se tu puoi l’elmo levarme,
o s’io son buon per torre a te l’altre arme.

46
Né da te voglio un minimo vantaggio. –
Così dicendo, l’elmo si disciolse,
e lo suspese a un ramuscel di faggio;
e quasi a un tempo Durindana tolse.
Ferraù non perdè di ciò il coraggio:
trasse la spada, e in atto si raccolse,
onde con essa e col levato scudo
potesse ricoprirsi il capo nudo.

47
Così li duo guerrieri incominciaro,
lor cavalli aggirando, a volteggiarsi;
e dove l’arme si giungeano, e raro
era più il ferro, col ferro a tentarsi.
Non era in tutto ‘l mondo un altro paro
che più di questo avessi ad accoppiarsi:
pari eran di vigor, pari d’ardire;
né l’un né l’altro si potea ferire.

48
Ch’abbiate, Signor mio, già inteso estimo,
che Ferraù per tutto era fatato,
fuor che là dove l’alimento primo
piglia il bambin nel ventre ancor serrato:
e fin che del sepolcro il tetro limo
la faccia gli coperse, il luogo armato
usò portar, dove era il dubbio, sempre
di sette piastre fatte a buone tempre.

49
Era ugualmente il principe d’Anglante
tutto fatato, fuor che in una parte:
ferito esser potea sotto le piante;
ma le guardò con ogni studio ed arte.
Duro era il resto lor più che diamante
(se la fama dal ver non si diparte);
e l’uno e l’altro andò, più per ornato
che per bisogno, alle sue imprese armato.

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