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Testo del canto 11 (XI) del poema Orlando Furioso

30
Fu volontà di Dio che non venisse
prima che ‘l re d’Ibernia in quella parte,
acciò con più facilità seguisse
quel ch’udir vi farò fra poche carte.
Sopra l’isola sorti, Orlando disse
al suo nochiero: – Or qui potrai fermarte,
e ‘l battel darmi; che portar mi voglio
senz’altra compagnia sopra lo scoglio.

31
E voglio la maggior gomona meco,
e l’ancora maggior ch’abbi sul legno:
io ti farò veder perché l’arreco,
se con quel mostro ad affrontar mi vegno. –
Gittar fe’ in mare il palischermo seco,
con tutto quel ch’era atto al suo disegno.
Tutte l’arme lasciò, fuor che la spada;
e vêr lo scoglio, sol, prese la strada.

32
Si tira i remi al petto, e tien le spalle
volte alla parte ove discender vuole;
a guisa che del mare o de la valle
uscendo al lito, il salso granchio suole.
Era ne l’ora che le chiome gialle
la bella Aurora avea spiegate al Sole,
mezzo scoperto ancora e mezzo ascoso,
non senza sdegno di Titon geloso.

33
Fattosi appresso al nudo scoglio, quanto
potria gagliarda man gittare un sasso,
gli pare udire e non udire un pianto;
sì all’orecchie gli vien debole e lasso.
Tutto si volta sul sinistro canto;
e posto gli occhi appresso all’onde al basso,
vede una donna, nuda come nacque,
legata a un tronco; e i piè le bagnan l’acque.

34
Perché gli è ancor lontana, e perché china
la faccia tien, non ben chi sia discerne.
Tira in fretta ambi i remi, e s’avicina
con gran disio di più notizia averne.
Ma muggiar sente in questo la marina,
e rimbombar le selve e le caverne:
gonfiansi l’onde; ed ecco il mostro appare,
che sotto il petto ha quasi ascoso il mare.

35
Come d’oscura valle umida ascende
nube di pioggia e di tempesta pregna,
che più che cieca notte si distende
per tutto ‘l mondo, e par che ‘l giorno spegna;
così nuota la fera, e del mar prende
tanto, che si può dir che tutto il tegna:
fremono l’onde. Orlando in sé raccolto,
la mira altier, né cangia cor né volto.

36
E come quel ch’avea il pensier ben fermo
di quanto volea far, si mosse ratto;
e perché alla donzella essere schermo,
e la fera assalir potesse a un tratto,
entrò fra l’orca e lei col palischermo,
nel fodero lasciando il brando piatto:
l’ancora con la gomona in man prese;
poi con gran cor l’orribil mostro attese.

37
Tosto che l’orca s’accostò, e scoperse
nel schifo Orlando con poco intervallo,
per ingiottirlo tanta bocca aperse,
ch’entrato un uomo vi saria a cavallo.
Si spinse Orlando inanzi, e se gl’immerse
con quella ancora in gola, e s’io non fallo,
col battello anco; e l’ancora attaccolle
e nel palato e ne la lingua molle:

38
sì che né più si puon calar di sopra,
né alzar di sotto le mascelle orrende.
Così chi ne le mine il ferro adopra,
la terra, ovunque si fa via, suspende,
che subita ruina non lo cuopra,
mentre malcauto al suo lavoro intende.
Da un amo all’altro l’ancora è tanto alta,
che non v’arriva Orlando, se non salta.

39
Messo il puntello, e fattosi sicuro
che ‘l mostro più serrar non può la bocca,
stringe la spada, e per quel antro oscuro
di qua e di là con tagli e punte tocca.
Come si può, poi che son dentro al muro
giunti i nimici, ben difender rocca;
così difender l’orca si potea
dal paladin che ne la gola avea.

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