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Riassunto canto 14 (XIV) del poema Orlando Furioso

Re Agramante e re Marsilio raccolgono l’esercito per riorganizzarlo.
Se i cristiani hanno perduto tutta la campagna, sono accerchiati e tenuti d’assedio a Parigi, i saraceni hanno perduto buona parte del proprio esercito e soprattutto dei propri comandanti. Le loro vittorie sono state ottenute a caro prezzo; la gioia della vittoria è sempre stata accompagnata dal rammarico per le perdite subite. Si può dire altrettanto della grande vittoria ottenuta dai Francesi nella battaglia di Ravenna, nella quale si fece tanto onore Alfonso d’Este.

Fatto passare tutto l’esercito schiera per schiera, provenienti da ogni parte del mondo ed arruolate anche in Francia, vengono quindi assegnate nuove guide, nuovi capi, ai reparti che ne erano rimasti sprovvisti. Non avendo capitani in numero sufficiente, ne vengono eletti di nuovi al momento.

Tra i comandanti di reparto c’è anche Brunello, scuro in volto e con il capo chino per aver perduto la stima di re Agramante, dopo aver perso l’anello magico e rischiato per questo l’impiccagione.
Una schiera dell’esercito è guidata invece da Rodomonte, il più forte e coraggioso cavaliere saraceno ed anche il più acerrimo nemico della fede cristiana.
Mancano infine all’appello le schiere di Norizia e Tlemsen, ad Agramante viene così raccontata la strage compiuta dal cavaliere misterioso (Orlando), che aveva segnato anche la morte delle loro guide.

Mandricardo, figlio di re Agricane ucciso da Orlando, valorosissimo e crudele cavaliere saraceno, proprietario dell’armatura che mille anni prima era appartenuta ad Ettore, sentita la storia, si propone subito, senza farne parola, di inseguire le tracce di quel cavaliere per confrontarsi con lui. Parte immediatamente per la campagna e trova molti testimoni e molte prove delle incredibili imprese del cavaliere, di Orlando.
Guarda con invidia i cadaveri che incontra sulla propria strada, invidia per essere giunto tardi ad un così bel massacro.

Il Tartaro Mandricardo incontra un giorno sulla riva di un fiume un gruppo di soldati; proteggono Doralice, figlia del re di Granata e sposa di Rodomonte. Il crudele cavaliere vuole mettere alla prova quel gruppo di soldati, chiede di poter vedere la ragazza e li assale.
Mandricardo combatte con una lancia. Aveva infatti trovato solo l’armatura di Ettore, la spada Durindana era stata già presa da Orlando, ed il guerriero Tartaro è intenzionato a non usare nessuna spada finché non riuscirà ad impossessarsi di quella del paladino.
Anche con la sola lancia spezzata, il saraceno fa una strage. Alcuni soldati cercano infine di scappare, ma Mandricardo non sopporta l’idea di lasciare superstiti: li insegue e completa la sua opera.
Vista la bellezza di Doralice in lacrime, Mandircardo se ne innamora e come premio per la propria vittoria diviene quindi prigioniero d’amore. Prende sul proprio cavallo la donna, saluta benevolmente i servitori di Doralice, dicendo di prendersi ora lui cura di lei, e continua il suo viaggio. Ora è però meno interessato a ritrovare il cavaliere misterioso e rallenta quindi notevolmente la ricerca.

Il saraceno mente alla donna dicendo di averla sempre amata e di essere arrivato in Europa solo per poterla rivedere. Lei prende sempre più coraggio dalle parole di lui ed inizia anche a mostrarsi cortese e disponibile nei suoi confronti. La sera stessa si fermano ad un villaggio e sfogano la passione.
Ripartiti il giorno dopo, incontrano poi due cavalieri ed una donna che riposano all’ombra sulla riva di un fiume.

Tornando a Parigi, re Agramante viene a sapere che i rinforzi richiesti da Re Carlo sono ormai giunti in Francia. Viene pertanto deciso di fare tutto il possibile per espugnare la città prima che giunga l’aiuto, e viene preparato tutto il necessario per l’assalto.

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