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SEDILE SOTTO UN VECCHIO CIPRESSO di Luigi Pirandello | Testo

Era stato, nel suo miglior tempo (come tanti ancora lo ricordavano), uno di quegli uomini che non si sa mai perché siano così: ti guardano con certi occhi; ti scoppiano a ridere in faccia all’improvviso senza motivo; o ti voltano le spalle lasciandoti in asso lì per lì. Per quanto pratichi con loro, non riesci mai a imparare che diavolo covino nel fondo; sempre distratti e come assenti; benché poi, quando meno te l’aspetti, li vedi montare sulle furie per certe cose da nulla, di cui non avresti mai supposto che si potessero accorgere: o, peggio, resti quasi avvilito per conto loro, venendo a sapere dopo qualche tempo che, per futilissimi motivi da te neanche avvertiti, ti han serbato di nascosto un profondo e velenosissimo rancore, mentre li vedi fiduciosi accordar la loro simpatia e la loro stima a cert’altri, dai quali pur sanno d’aver ricevuto male davvero, un mese addietro.
Strambo e un po’ ridicolo era anche nella figura e nel portamento. Le gambe, già sottili per sé, strette in quei calzoncini da cavallerizzo, parevano due stecchi; e su quelle gambe la giacca, sempre a due petti, gli segnava così preciso il busto, che sembrava uno di quei torsi avvitati su un gambo a tre piedi che si vedono nelle botteghe d’abiti bell’e fatti. Su quel busto, il testoncino, ritto sul collo stralungo; baffetti a punta, e due occhietti acuti e vivaci d’uccello, che gli sbattevano continuamente.
A vederlo così, e sapendo ch’era uno dei primi avvocati del paese, ciascuno avrebbe voluto raffigurarselo altrimenti. L’avvocato Lino Cimino rompeva subito sul viso a quei delusi una delle sue solite risate.
Qualche amico, di quelli che gli volevano bene veramente, aveva più volte tentato di fargli notare che non stava, per un uomo come lui, far certi atti, dir certe cose, dare in pascolo senza ritegno ai maligni certe segrete afflizioni della sua vita famigliare. Ma sì! A far le spese della maldicenza generale pareva provasse un’oscena voluttà; come per esempio quando si metteva con gesti sguajati e sconce parole a gridar vendetta al cielo perché la moglie gli aveva messo al mondo una dopo l’altra quattro figlie femmine; quasi gliel’avesse fatto apposta per dimostrare che lui – perdio, lui! – non era capace di generare un maschio.
Escandescenze che trattenevano dal fargli altri richiami per l’afflizione che davano. Pareva incredibile che potesse affogare in tali meschinità volgari un uomo di tanto valore, che commoveva e sbalordiva tutti quando l’estro, parlando, gli s’accendeva, o quando, nei ragionamenti sui casi della vita, sapeva trovar certe considerazioni che subito, i più oscuri e confusi, diventavano chiari e perspicui agli occhi di chi stava ad ascoltarlo.
La sua casa, intanto, era un inferno per le continue scenate con la moglie, che rischiavano ogni volta di buttare all’aria la famiglia. Ora l’uno ora l’altro degli amici doveva accorrere, chiamato, a rimetter pace; uno segnatamente, a cui egli per quelle sue solite improvvise simpatie aveva subito accordato la più cieca fiducia; questa volta però, a giudizio di tutti, non mal collocata. Il giovane avvocato Carlo Papìa.
Lo aveva accolto nel suo studio, appena laureato. Le quattro figliuole, allora bambine, vedendolo accorrere, gli andavano incontro festanti, perché sapevano che di lì a poco, con la sua venuta, il sorriso sarebbe ritornato sulle labbra della madre e anche del padre; e, appena rimessa la pace, volevano andare a spasso con lui; ed era ogni volta una zuffa per accaparrarsi una sua mano: ne volevano una per ciascuna, e lui a disperarsi ridendo e mostrando che ne aveva due sole e che non poteva accontentarle tutt’e quattro. In paese, vedendolo in mezzo a quelle quattro bambine chiacchierine e affettuose, gli amici gli facevano festa e gli predicevano che presto, così ben protetto ed entrato nelle grazie della famiglia, avrebbe avuto il premio dei lunghi sacrifizi che la sua laurea doveva esser costata ai suoi poveri parenti da un pezzo decaduti.
Ma può un marito impunemente chiamar di mezzo tra sé e la moglie più giovane di lui un altr’uomo anche più giovane della moglie, di piacevole aspetto e di modi graziosi, esercitati a persuadere l’amore e l’accordo? Scoperto il tradimento, l’avvocato Lino Cimino si comportò naturalmente da quello strambo che era. Incongruenze su incongruenze, una più pazza dell’altra. Non si vuol negare che è inutile studiarsi di tener segrete certe cose perché non trapelino a nessuno: ad onta d’ogni diligenza ci s’accorge poi per tanti segni che tutti invece sanno e che solo per pietà han finto d’ignorare. Ma certamente peggio è fare lo scandalo e poi, di fronte alle ultime conseguenze di esso, arrestarsi e rimanere così a mezzo nella vergogna di cui abbiamo voluto da pubblico spettacolo, deludendo col non concluder nulla l’attesa degli spettatori.

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