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REQUIEM AETERNAM DONA EIS, DOMINE! di Luigi Pirandello | Testo

Ma non bastava, ecco, non erano contenti: quel prete avvocato, che viveva alle loro spalle, che aveva imposto a tutti una tassa per il mantenimento della sua chiesa, li metteva su, ed ercoli qua: non solo volevano stare nelle sue terre da vivi, ci volevano stare anche da morti. Ebbene, no! questo, no! questo, mai! Li sopportava da vivi; ma la soperchieria di averli anche morti nelle sue terre, mai! Anche perché l’usurpazione loro non si radicasse sottoterra coi loro morti! Il prefetto gli aveva dato ragione; gli aveva anzi promesso di mandare lassù guardie e carabinieri per impedire ogni violenza: perché il vecchio, da un mese moribondo per idropisia, era uomo da farsi seppellire vivo nella fossa che giù s’era fatta scavare nel posto ove sognava che dovesse sorgere il cimitero, appena le due figliuole e quel prete gli annunzierebbero il rifiuto.
Quando, di fatti, nel pomeriggio, padre Sarso e la sua ciurma furono rimessi in libertà e si avviarono al fondaco, ove il giorno avanti avevano lasciato le mule, vi trovarono in buon numero guardie e carabinieri a cavallo, incaricati di scortarli fino alle alture di Màrgari, alla borgata.
– Ancora? – fremette padre Sarso, vedendoli. – Ancora? Perché? Siamo forse gente di mal affare, da essere scortati così dalla forza? Ma già… meglio, sì… anzi, se ci volete ammanettare! Sù, sè, andiamo! a cavallo! a cavallo!
Pareva che avesse affrontato e sofferto il martirio. Gonfio di quanto aveva fatto, non gli pareva l’ora d’arrivare alla borgata con quella scorta, che avrebbe attestato a tutti lassù, con quanto fervore, con quale violenza egli si fosse adoperato a ottenere al vecchio la sepoltura.
S’era già fatto tardi, e si sapevano aspettati con impazienza fin dalla sera avanti. Chi sa se il vecchio era ancora in vita! Tutti si auguravano in cuore che fosse morto.
– O padruccio… o padruccio… – piagnucolavano le due donne.
Ma sì, meglio morto, nell’incertezza, con la speranza almeno, che essi fossero riusciti a strappare al barone la concessione del camposanto!
Sè, via, via… Calava l’ombra della sera, e quanto più lungo si faceva il ritardo del loro ritorno, tanto più forse si radicava e cresceva nel cuore di tutti lassù quella speranza. E tanto più grave sarebbe stata allora la disillusione.
Gesù, Gesù! Che strepito di cavalcature! Pareva una marcia di guerra. Chi sa come sarebbero restati a Màrgari, vedendoli ritornare accompagnati così, da tanta forza!
Il vecchio se ne sarebbe subito accorto.
Moriva all’aperto, in mezzo ai suoi, seduto innanzi alla porta della sua casa terrena, non potendo più stare a letto, soffocato com’era dalla tumefazione enorme dell’idropisia. Stava anche di notte lì seduto, boccheggiante, con gli occhi alle stelle, assistito da tutta la borgata, che da un mese non si stancava di vegliarlo.
Se fosse almeno possibile impedirgli la vista di tutte quelle guardie…
Padre Sarso si rivolse al maresciallo, che gli cavalcava a fianco:
– Non potrebbero restare un po’ indietro? – gli domandò. – Tenersi un poco discosti? Se si potesse far credere pietosamente a quel povero vecchio, che abbiamo ottenuto la concessione!
Il maresciallo tardò un pezzo a rispondere. Diffidava di quel prete temeva di compromettersi acconsentendo. Alla fine disse:
– Vedremo, padre; vedremo sul posto.
Ala quando, dopo molte ore d’affannoso cammino, cominciò la salita della montagna, s’intravidero da lontano, non ostante il bujo già fitto, tali cose straordinarie, che nessuno pensò più di poter fare al vecchio quell’inganno pietoso.
Era su l’alta costa rocciosa come un formicolìo di lumi. Fasci di paglia ardevano qua e là, da cui salivano alle stelle spire dense di fumo infiammato, come nella novena di Natale. E cantavano lassù, cantavano, sì, proprio come nella novena di Natale, al lume di quelle fiammate.
Che era avvenuto? Sù, di carriera! di carriera!
Tutta la borgata lassù si era raccolta quasi a celebrare un selvaggio rito funebre.

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