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REQUIEM AETERNAM DONA EIS, DOMINE! di Luigi Pirandello | Testo

Erano dodici. Dieci uomini e due donne in commissione. Col prete che li conduceva, tredici.
Nell’anticamera ingombra d’altra gente in attesa, non avevano trovato posto da sedere tutti quanti. Sette erano rimasti in piedi, addossati alla parete, dietro i sei seduti, tra i quali il prete in mezzo alle due donne.
Queste piangevano, con la mantellina di panno nero tirata fin sugli occhi. E gli occhi dei dieci uomini, anche quelli del prete, s’invetravano di lagrime, appena il pianto delle donne, sommesso, accennava di farsi più affannoso per l’ergere improvviso di pensieri, che facilmente essi indovinavano.
– Buone… buone… – le esortava allora il prete, sotto sotto, anche lui con la voce gonfia di commozione.
Quelle levavano il capo, appena, e scoprivano gli occhi bruciati dal pianto, volgendo intorno un rapido sguardo pieno d’ansietà torbida e schiva.
Esalavano tutti, compreso il prete un lezzo caprino, misto a un sentor grasso di concime, così forte, che gli altri aspettanti o storcevano la faccia, disgustati, o arricciavano il naso; qualcuno anche gonfiava le gote e sbuffava.
Ma essi non se ne davano per intesi. Quello era il loro odore, e non l’avvertivano; l’odore della loro vita, tra le bestie da pascolo e da lavoro, nelle lontane campagne arse dal sole e senza un filo d’acqua. Per non morir di sete, dovevano ogni mattina andare con le mule per miglia e miglia a una gora limacciosa in fondo alla vallata. Figurarsi dunque, se potevano sprecarne per la pulizia. Erano poi sudati per il gran correre; e l’esasperazione, a cui erano in preda, faceva sbomicare dai loro corpi una certa acrèdine d’aglio, ch’era come il segno della loro ferinità.
Se pur s’accorgevano di quei versacci, li attribuivano alla nimicizia che, in quel momento, credevano d’avere da parte di tutti i signori, congiurati al loro danno.
Venivano dalle alture rocciose del fèudo di Màrgari; ed erano in giro dal giorno avanti; il prete, fiero, tra le due donne, in testa; gli altri dieci, dietro, a branco.
Il lastricato delle strade aveva schizzato faville tutto il giorno al cupo fracasso dei loro scarponi imbullettati, di cuojo grezzo, massicci e scivolosi.
Nelle dure facce contadinesche, irte d’una barba non rifatta da parecchi giorni, negli occhi lupigni, fissi in un’intensa doglia tetra, avevano un’espressione truce, di rabbia a stento contenuta. Parevano cacciati dall’urgenza d’una necessità crudele, da cui temessero di non trovar più scampo che nella pazzia.
Erano stati dal sindaco e da tutti gli assessori e consiglieri comunali; ora, per la seconda volta, tornavano alla Prefettura.
Il signor prefetto, il giorno avanti, non aveva voluto riceverli; ma essi, a coro, tra pianti e urli e gesti furiosi d’implorazione e di minaccia avevano già esposto il loro reclamo contro il proprietario del fèudo al consigliere delegato, il quale invano s’era scalmanato a dimostrare che né il sindaco, né lui, né il signor prefetto, né sua eccellenza il ministro e neppure sua maestà il re avevano il potere di contentarli in quello che chiedevano; alla fine, per disperato, aveva dovuto promettere che avrebbero avuto udienza dal signor prefetto, quella mattina, alle undici, presente anche il proprietario del fèudo, barone di Màrgari.
Le undici erari già passate da un pezzo, stava per sonare mezzogiorno, e il barone non si vedeva ancora.
Intanto l’uscio della sala ove il prefetto dava udienza rimaneva chiuso anche agli altri aspettanti.
C’è gente, – rispondevano gli uscieri. Alla fine l’uscio s’apri e venne fuori dalla sala, dopo uno scambio di cerimonie, proprio lui, il barone di Màrgari, col faccione in fiamme e un fazzoletto in mano; tozzo, panciuto, le scarpe sgrigliolanti, insieme col consigliere delegato.
I sei seduti balzarono in piedi, le due donne levarono acute le strida, e il prete fiero si fece avanti, gridando con enfasi, sbalordito:
– Ma questo… questo è un tradimento!
– Padre Sarso! – chiamò forte un usciere dall’uscio della sala rimasto aperto.
Il consigliere delegato si rivolse al prete:
– Ecco, siete chiamato per la risposta. Entrate, voi solo. Calma, signori miei, calma!
Il prete, agitato, sconvolto, rimase perplesso se accorrere o no alla chiarnata, mentre i suoi uomini, non meno agitati e sconvolti di lui, domandavano, piangendo di rabbia per una ingiustizia, che sembrava loro patente:
– E noi? e noi? Ma come? Che risposta?
Poi, tutti insieme, in gran confusione, presero a vociare:
– Noi vogliamo il camposanto! – Siamo carne battezzata! – In groppa a una mula, signor Prefetto, i nostri morti! – Come bestie macellate! – Il riposo dei morti, signor Prefetto! – Vogliamo le nostre fosse! – Un palmo di terra, dove gettare le nostre ossa!

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