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L’ALTRO FIGLIO di Luigi Pirandello | Testo

Il dottore andava di buon passo per lo stradone, guardando di qua e di là le terre aride, che aspettavano le prime piogge per esser lavorate Ma le braccia mancavano, e spirava da tutte quelle campagne un senso profondo di tristezza e d’abbandono.
Ecco laggiú la Casa della Colonna, detta cosí perché sostenuta a uno spigolo! da una colonna d’antico tempio greco, corrosa e smozzicata. Era una catapecchia, veramente; una roba, come i contadini di Sicilia chiamano le loro abitazioni rurali. Protetta, dietro, da una fitta siepe di fichidindia, aveva davanti due grossi pagliai a cono.
– Oh, della roba! – chiamò il dottore, che aveva paura dei cani, fermandosi davanti a un cancelletto di ferro arrugginito e cadente.
Venne un ragazzotto di circa dieci anni, scalzo, con una selva di capelli rossastri, scoloriti dal sole, e un pajo di occhi verdognoli, da bestiola forastica.
– C’è il cane? – gli domandò il dottore.
– C’è, ma non fa niente: tonosce, – rispose il ragazzo.
– Sei figlio di Rocco Trupía, tu?
– Sissignore.
– Dov’è tuo padre.
– Scarica il toncime, di là, ton le mule.
Sul murello davanti la roba stava seduta la madre, che pettinava la figliuola maggiore, la quale poteva aver presso a dodici anni, seduta su un secchio di latta, con un bambinello di pochi mesi su le ginocchia. Un altro bambino ruzzava per terra, tra le galline che non lo temevano, a dispetto d’un bel gallo che, impettito, drizzava il collo e scoteva la cresta.
– Vorrei parlare con Rocco Trupía, – disse il giovane dottore alla donna. – Sono il nuovo medico del paese.
La donna rimase un tratto a guardarlo, turbata, non comprendendo che cosa potesse volere quel medico da suo marito. Si cacciò la camicia ruvida dentro il busto, che le era rimasto aperto da che aveva finito d’allattare il piccino, se lo abbottonò e si levò in piedi per offrire una sedia. Il medico non la volle, e si chinò a carezzare il bamboccetto per terra, mentre l’altro ragazzo scappava a chiamare il padre
Poco dopo s’intese lo scalpiccío di grossi scarponi imbullettati, e, di tra i fichidindia, apparve Rocco Trupía, che camminava curvo, con le gambe larghe ad arco, e una mano alla schiena, come la maggior parte dei contadini.
Il naso largo, schiacciato, e la troppa lunghezza del labbro superiore, raso, rilevato, gli davano un aspetto scimmiesco; era rosso di pelo, e aveva la pelle del viso pallida e sparsa di lentiggini; gli occhi verdastri, affossati, gli guizzavano a tratti di torvi sguardi, sfuggenti.
Sollevò una mano per spingere un po’ indietro su la fronte la berretta nera, a calza, in segno di saluto.
– Bacio le mani a vossignoria. Che comandi ha da darmi?
– Ecco, ero venuto – cominciò il medico, – per parlarvi di vostra madre.

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