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L’ALTRO FIGLIO di Luigi Pirandello | Testo

Il giovane dottore, commosso e indignato, si provò dapprima a quietarla un poco; si fece dire chi fosse quella Ninfarosa, dove stesse di casa, per farle il giorno dopo una strapazzina, come si meritava. Ma la vecchia badava ancora a scusare i figliuoli lontani del lungo silenzio, straziata dal rimorso d’averli incolpati per tanti anni dell’abbandono, sicurissima ora ch’essi sarebbero ritornati, volati a lei se una sola di quelle tante lettere, ch’ella aveva creduto di mandar loro, fosse stata scritta veramente e fosse loro pervenuta.
Per troncare quella scena, il dottore dovette prometterle che la mattina seguente avrebbe scritto lui una lunga lettera per quei figliuoli:
– Su, su, non vi disperate cosí! Verrete domattina da me. A dormire, adesso! Andate a dormire.
Ma che dormire! Circa due ore dopo, il dottore, ripassando per quella straducola, la ritrovò ancora lí, che piangeva, inconsolabile, accosciata sotto il lampioncino. La rimproverò, la fece levare, le ingiunse d’andar subito a casa, subito, perché era notte.
– Dove state?
– Ah, signor dottore… Ho un casalino, qua sotto, all’uscita del paese. Avevo detto a quell’infamaccia di scrivere ai figli miei che lo avrei loro ceduto in vita, se volevano ritornare. S’è messa a ridere, svergognata! perché sono quattro muretti di creta e canne. Ma io…
– Va bene, va bene, – troncò di nuovo il dottore . – Andate a dormire! Domani scriveremo anche del casalino. Su venite, v’accompagno.
– Dio La benedica, signor dottore! Ma che dice? Acccompagnarmi, vossignoria! Vada, vada avanti; io sono vecchierella e vado piano.
Il dottore le diede la buona notte, e s’avviò. Maragrazia gli tenne dietro, a distanza; poi, arrivata al portoncino in cui lo vide entrare, si fermò, si tirò sul capo lo scialle s’avvolse bene, e sedette su lo scalino lí davanti la porta per passarvi la notte, in attesa.
All’alba, dormiva, quando il dottore, ch’era mattiniero uscí per le prime visite. Essendo il portoncino a un solo battente, nell’aprirlo, si vide cadere ai piedi la vecchia dormente, che vi stava appoggiata.
– Ohé! Voi! Vi siete fatta male?
– Vo… vossignoria mi perdoni, – balbettò Maragrazia, ajutandosi, con ambo le mani, avviluppate nello scialle, a rizzarsi.
– Avete passato qua la notte?
– Sissignore… È niente, ci sono avvezza, – si scusò la vecchia. – Che vuole, signorino mio? Non mi so dar pace… non mi so dar pace del tradimento di quella scellerata! Mi verrebbe d’ammazzarla, signor dottore! Poteva dirmi che le seccava scrivere, sarei andata da un altro; sarei venuta da vossignoria, che è tanto buono…
– Sí, aspettate un po’ qua, – disse il dottore. – Ora passerò io da questa buona femmina. Poi scriveremo la lettera, aspettate.
E andò di fretta dove la vecchia la sera avanti gli aveva indicato. Gli avvenne per caso di domandare proprio a Ninfarosa, che si trovava già in istrada, l’indirizzo di colei a cui voleva parlare.
– Eccomi qua, sono io, signor dottore, – gli rispose, ridendo e arrossendo, Ninfarosa; e lo invitò a entrare.
Aveva veduto passare piú volte per la stradetta quel giovane medico dall’aspetto quasi infantile, e com’era sempre sana, e non avrebbe saputo finger di star male per chiamarlo, ora si mostrò contenta, pur nella sorpresa, che egli fosse venuto da sé per parlare con lei. Appena seppe di che si trattava, e lo vide turbato e severo, si piego, procace, verso di lui, col volto dolente, per il dispiacere ch’egli si prendeva senza ragione, via! e, appena poté, senza commettere la sconvenienza d’interromperlo:

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