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L’ALTRO FIGLIO di Luigi Pirandello | Testo

C’era un gran cortile, murato. Vi s’entrava per una porticina piccola piccola, da una parte, mezzo nascosta, ricordo ancora, da un gran cespo di capperi radicato su, nel muro. Presi una pietra, per bussare piú forte; bussai, bussai; non mi volevano aprire; ma tanto bussai, che finalmente m’aprirono. Ah, che vidi!
A questo punto, Maragrazia si levò in piedi, stravolta dall’orrore, con gli occhi sanguigni sbarrati, e allungò una mano con le dita artigliate dal ribrezzo. Le mancò la voce in prima, per proseguire.
– In mano… – poi disse, – in mano… quegli assassini…
S’arrestò di nuovo, come soffocata, e agitò quella mano, quasi volesse lanciare qualcosa.
– Ebbene? – domandò il dottore, allibito.
– Giocavano… là, in quel cortile… alle bocce… ma con teste d’uomini… nere, piene di terra… le tenevano acciuffate pei capelli… e una, quella di mio marito… la teneva lui, Cola Camizzi… e me la mostrò. Gettai un grido che mi stracciò la gola e il petto, un grido cosí forte, che quegli assassini ne tremarono; ma, come Cola Camizzi mi mise le mani al collo per farmi tacere, uno di loro gli saltò addosso, furioso; e allora, quattro, cinque, dieci, prendendo ardire da quello, gli s’avventarono contro, se lo presero in mezzo. Erano sazii, rivoltati anche loro della tirannia feroce di quel mostro, signor dottore, e io ebbi la soddisfazione di vederlo scannato lí, sotto gli occhi miei, dai suoi stessi compagni, cane assassino!
La vecchia s’abbandonò su la seggiola, sfinita, ansimante, agitata tutta da un tremito convulso.
Il giovane medico stette a guardarla, raccapricciato, col volto atteggiato di pietà, di ribrezzo e di orrore. Ma passato il primo stupore, come poté ricomporre le idee, non seppe comprendere che nesso quella truce storia potesse avere col caso di quell’altro figlio; e glielo domandò.
– Aspetti, – rispose la vecchia, appena poté riprender fiato. – Quello che prima si ribellò, quello che prese le mie difese, si chiamava Marco Trupía.
– Ah! – esclamò il medico. – Dunque, questo Rocco…
– Suo figlio, – rispose Maragrazia. – Ma pensi, signor dottore, se io potevo esser la moglie di quell’uomo dopo quanto avevo visto! Mi volle per forza; tre mesi mi tenne con sé, legata, imbavagliata, perché io gridavo, la mordevo… Dopo tre mesi, la giustizia venne a scovarlo là e lo richiuse in galera, dove morí poco dopo. Ma rimasi incinta. Ah, signorino mio, Le giuro che mi sarei strappate le viscere: mi pareva che stessi a covarci un mostro! Sentivo che non me lo sarei potuto vedere tra le braccia. Al solo pensiero che avrei dovuto attaccarmelo al petto, gridavo come una pazza. Fui per morire, quando lo misi alla luce. Mi assisteva mia madre, sant’anima, che non me lo fece neanche vedere: lo portò subito dai parenti di lui, che lo allevarono… Ora non Le pare, signor dottore ch’io possa dire davvero ch’egli non è figlio mio?
Il giovane dottore stette un pezzo senza rispondere, assorto a pensare; poi disse:
– Ma lui, in fondo, vostro figlio, che colpa ha?
– Nessuna! – rispose subito la vecchia. – E quando mai, difatti, le mie labbra hanno detto una parola sola contro di lui? Mai, signor dottore! Anzi… Ma che ci posso fare, se non resisto a vederlo neanche da lontano! È tutto suo padre, signorino mio; nelle fattezze, nella corporatura finanche nella voce… Mi metto a tremare, appena lo vedo, e sudo freddo! Non sono io; si ribella il sangue, ecco! Che ci posso fare?
Attese un po’, asciugandosi gli occhi col dorso delle mani; poi, temendo che la comitiva degli emigranti partisse da Farnia senza la lettera per i suoi figliuoli veri, per i suoi figliuoli adorati, si fece coraggio e disse al dottore ancora assorto:
– Se vossignoria volesse farmi la carità che mi ha promesso…
E come il dottore, riscotendosi, le disse che era pronto si accostò con la seggiola alla scrivania e, ancora una volta, con la stessa voce di lagrime, cominciò a dettare:
– Cari figli…

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