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LA CORONA di Luigi Pirandello | Testo

Ora, non sarebbe stato forse tanto aspro per lui il cordoglio, se un certo puntiglio non glie l’avesse segretamente esacerbato, impedendogli di fare anche su la sua giovane compagna quelle riflessioni un po’ amare ma piene di bonaria indulgenza, con le quali era pur solito di scusare e compatire tante altre cose nella vita.
Da ragazza, sua moglie, s’era innamorata, col fervore dei diciott’anni, d’un giovanetto, studente di liceo, morto di tifo. Lo sapeva, perché era stato chiamato come medico, allora, proprio lui al letto di quel giovane. E sapeva ch’ella era stata lì lì per impazzire dal dolore; che s’era chiusa in una camera, al bujo, per molte settimane, senza voler vedere nessuno; che non era più uscita di casa; che avrebbe voluto farsi monaca. Uh, se n’erano dette tante, in paese! L’intera cittadinanza s’era commossa al caso crudele di quell’amore di due giovani spezzato dalla morte, perché egli, il povero morto, era nelle grazie di tutti per la vivacità dell’ingegno, per le gentili fattezze, per i modi gioviali e garbati; e lei, lei che lo piangeva disperatamente, era ritenuta con ragione una delle più belle ragazze del paese.
Quando, dopo circa un anno, forzata dai parenti, s’era presentata in qualche radunanza, la sua vista, il suo contegno, l’aria mesta del volto, i mesti sorrisi avevano destato in tutti, e specialmente nei giovani, una fervida ammirazione, una vivissima tenerezza. Essere amato da lei, scuoterla da quel fascino doloroso, richiamarla alla vita, all’amore, alla giovinezza, era diventato il sogno, l’ambizione d’ogni giovanotto.
Ma lei si era ostinata in quel suo lutto. Ostentazione, no; ma, a poco a poco, qualcuno aveva cominciato a susurrare malignamente che ella, pur così umile e modesta, doveva provare un certo compiacimento del proprio cordoglio, essendosi accorta ch’esso la rendeva a tutti più cara, più ammirevole. Forse chi diceva così, parlava per dispetto o per gelosia. La prova ch’ella non intendeva, con quelle gramaglie, d’essere maggiormente desiderata, era nel fatto che in pochi mesi aveva rifiutato quattro o cinque profferte di matrimonio, serie profferte dei migliori giovani del paese.
Erano passati quasi due anni dalla sciagura, e nessuno più ormai, dopo quei rifiuti così recisi, s’attentava a chiederla in isposa, quando s’era fatto avanti lui, il dottor Cima, quantunque sconsigliato dagli amici; e – sissignori – era stato accolto, lui, subito.
Passata la prima sorpresa però, tutti s’erano spiegata la ragione di quella vittoria. Ella aveva detto di sì, perché il dottore non era più giovane, e nessuno dunque avrebbe potuto supporre che ella lo sposasse per amore, per vero amore: aveva detto di sì, perché egli stesso non avrebbe certamente preteso d’essere amato come un giovanotto, e si sarebbe contentato di quell’affetto quieto e tepido, fatto di stima, di gratitudine e di devozione.
Che così fosse veramente, non aveva tardato a comprenderlo anche lui. Ne aveva tanto sofferto; ne soffriva tanto tuttora; doveva fare più volte al giorno sforzi violenti su se stesso, ora per frenare uno scatto, ora per non tradire il rammarico acerbo. Era una vera tortura sentirsi tuttavia giovane nel cuore, e non poterlo dire, non poterlo dimostrare, per paura di perdere anche la stima e la gratitudine di lei, accordate solo a questo patto: reprimere ogni impulso di quell’amore che per lui era il primo e sarebbe stato l’ultimo.
Mah! giovane ancora, anzi bambino, per una sola donna egli avrebbe potuto essere ormai: per la sua vecchia mamma, se non fosse morta da tre anni! Lei, sì, avrebbe sentito bene con lui l’incanto di quella mattinata deliziosa; e, senza pensarci due volte, egli sarebbe corso a prenderla a casa, la sua santa vecchierella, per farla ristorare al tepore di quel primo sole. L’avrebbe trovata certamente rannicchiata in un cantuccio, col rosario in mano, a pregare per tutti i malati ch’egli aveva in cura.

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