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LA CORONA di Luigi Pirandello | Testo

Il dottor Cima si fermò all’entrata della villetta comunale, che sorgeva sul poggio all’uscita del paese; stette un pezzo a guardare il rustico cancello a una sola banda, sorretto da due pilastri non meno rustici, dietro ai quali si levavano tristi due cipressetti (tristi, quantunque attorno a loro ridessero in ghirlande qua e là, tra il cupo verde, alcune roselline rampicanti); guardò l’erto viale che dal cancello saliva al poggio, alla cui vetta stava tra gli alberi un chiosco che voleva sembrare una pagoda; e aspettò che il desiderio di farsi una giratina per sollievo in quella vecchia villetta quasi abbandonata riuscisse a vincere in lui la rilassatezza delle membra, che il tepore inebriante del primo sole gli aveva cagionato.
Il fresco d’ombra di quella poggiata a bacìo era saturo di fragranze selvatiche: amare, di prugnole; dense e acute, di mentastri e di salvie. Veniva dagli alberi, come un invito, il cinguettìo continuo degli uccellini festanti per il ritorno della dolce primavera. E il dottor Francesco Cima si mise a salire a lenti passi alla villetta, respirando con voluttà quell’aria satura di fragranze, rapito, stordito, quasi vaneggiante in un’ebbrezza deliziosa.
La vista di quelle piante rinverdite, che si beavano smemorate nel sole, lo svolare delle farfalle bianche su i fiori dell’ajuole, davano ai pensieri del dottore, che non potevano esser lieti, un contorno quasi vaporoso, di sogno.
Com’era bella quella villetta quieta, in cui nessuno veniva a passeggiare!
– Se fosse mia…
Ecco: il desiderio, non potendo la mano rapace, allungava un sospiro. E chi sa quanti e quanti non venivano lì a passeggiare appunto per questo, per non sospirare come lui adesso: Se fosse mia!
Perché è destino delle cose che sono di tutti di non essere poi propriamente di nessuno.
A ogni passo un palo e una tabella: «Proibito di entrare nelle ajuole»; «Proibito di danneggiare le piante»; «Proibito di cogliere i fiori».
Si era insomma padroni soltanto di guardare, passando. Ora la proprietà vuol dire «io», non vuol dire «noi». E lì dentro uno solo poteva dir «io»: il giardiniere, che era dunque il padrone vero, e per giunta pagato per esserlo, e vi aveva casa e stato e vendeva per conto suo i fiori, ch’eran di tutti e di nessuno.
Un trillo, fra tanti, più acuto, ridestò chiara a un tratto nel dottore la memoria d’una villeggiatura lontana, in una vecchia cascina perduta tra gli alberi dell’aperta campagna, lieta della vicinanza del mare. Ah! era ragazzo allora: un ragazzaccio che aveva la passione della caccia. Quanti poveri uccellini aveva uccisi!
Le amarezze, le costernazioni, i fastidii che gli venivano dalla sua professione di medico, gli s’erano quasi addormentati in fondo all’anima. Non così il rammarico d’aver compiuto da qualche mese quarant’anni. Il più bel tempo della vita era già finito per lui, e purtroppo senza ch’egli potesse dire d’aver goduto mai veramente della giovinezza. E c’era forse da godere nella vita! Oh, sì, poteva, poteva esser bella la vita; poteva una mattinata serena come quella compensare di tante afflizioni e di tante noje.
Il dottore si fermò, a un pensiero sortogli improvviso: quello di tornare indietro, di correre a casa a prendere la giovane moglie (era sposo da sette mesi), per far godere anche a lei l’incanto di quella passeggiata. Rimase un tratto perplesso, poi riprese ad andare lentamente per il viale.
No. Quell’incanto era per lui solo. Sarebbe stato anche per la moglie, forse, se lei fosse venuta senza il suo invito, a passeggiare da sola. Insieme, l’incanto sarebbe svanito, per tutt’e due. Ecco, era già svanito anche per lui, solamente a pensarci. L’amaro di quella sottile malinconia, dianzi avvertito appena, gli saliva ora alla gola.
Non che avesse da ridire minimamente su la moglie. Tanto buona, poverina! Ma aveva circa diciotto anni meno di lui; appena ventidue; ed egli, già coi capelli grigi su le tempie e la barba brizzolata.
Sette mesi addietro, sposando, aveva sperato che la stima affettuosa, dimostratagli durante il breve fidanzamento, avrebbe potuto cangiarsi presto in amore, facilmente. Bastava che ella si accorgesse appena che, nonostante quella canizie su le tempie, egli la amava come un fanciullo. Non aveva amato mai, prima di lei, alcun’altra donna.
Sogni! L’amore, il vero amore (egli lo sentiva bene) in sua moglie non era ancor nato, non sarebbe forse mai nato. Gli sorrideva, gli dimostrava in tanti modi di volergli bene, ma così, come per dovere.

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