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LA CASSA RIPOSTA di Luigi Pirandello | Testo

Quando il biroccino fu sotto la chiesina di San Biagio lungo lo stradone, il Mèndola, di ritorno dal podere, pensò di salire al cimitero sul poggio a veder che cosa ci fosse di vero nelle lagnanze rivolte al Municipio per quel custode Nocio Pàmpina, detto Sacramento.
Assessore comunale da circa un anno, Nino Mèndola, proprio dal giorno che aveva assunto la carica, non stava più bene. Soffriva di capogiri. Senza volerlo confessare a se stesso, temeva d’esser colpito da un giorno all’altro d’apoplessia: male, di cui erano morti tutti i suoi, immaturamente. Era perciò sempre di pessimo umore; e ne sapeva qualche cosa quel suo cavalluccio attaccato al biroccino.
Ma tutta quella giornata, in campagna, s’era sentito bene. Il moto, lo svago… E, per bravar la paura segreta, aveva deciso lì per lì di fare quell’ispezione al cimitero, promessa ai colleghi della Giunta e rimandata per tanti giorni.
«Non bastano i vivi», pensava, salendo al poggio, «danno da fare anche i morti in questo porco paese. Ma già, sono sempre quelli, i vivi, rottorio! Sanno un corno i morti, se son guardati bene o male. Forse, non dico di no: pensare che da morti saremo trattati male, affidati alla custodia di Pàmpina, stolido e ubriacone, può far dispiacere… Basta; adesso vedrò.»
Tutte calunnie.
Come custode di cimitero, Nocio Pàmpina, detto Sacramento, era l’ideale. Già una larva, che lo portava via il fiato; e certi occhi chiari, spenti; una vocina di zanzara. Pareva proprio un morto uscito di sotterra per attendere, così come poteva, alle faccenduole di casa.
Che c’era da fare poi? Tutta gente dabbene, lì ormai – e tranquilla.
Le foglie, sì. Qualche foglia caduta dalle siepi ingombrava i vialetti. Qualche sterpo era cresciuto qua e là. E i passeri monellacci, ignorando che lo stil lapidario non vuole interpunzioni, avevano seminato con le loro cacatine tra le tante virtù di cui erano ricche le iscrizioni di quelle pietre tombali, troppe virgole forse e troppi punti ammirativi.
Piccolezze.
Se non che, entrando nel bugigattolo del custode a destra del cancello, il Mèndola restò: – E quella lì?
Nocio Pàmpina, detto Sacramento, aprì le labbra squallide a un’ombra di sorriso e bisbigliò: – Cassa da morto, Eccellenza.
Era difatti una bellissima cassa da morto. Lustra, di castagno, con borchie e dorature. Fatta proprio senza risparmio. Là, quasi in mezzo alla stanzetta.
– Grazie; la vedo, – riprese il Mèndola. – Dico, perché la tieni lì?
– È del cavalier Piccarone, Eccellenza.
– Piccarone? E perché? Non è mica morto!
– No no, Eccellenza! Non sia mai! – disse Pàmpina. – Ma Vossignoria saprà che il mese scorso gli morì la moglie, povero galantuomo.
– E con ciò?
– La accompagnò fino qua, a piedi; attempatello com’è. Sissignore. Poi mi chiamò, dice: «Senti, Sacramento. Non scappa una mese, avrai anche me». «Ma che dice Vossignoria!» gli risposi. Ma lui: «Sta’ zitto», dice. «Senti. Questa cassa, figliuolo mio, mi costa più di vent’onze. Bella, la vedi. Per la sant’anima, capirai, non ho badato a spese. Ma ora la comparsa è fatta, dice. Che se ne fa più la sant’anima di questa bella cassa sottoterra? Peccato sciuparla», dice. «Facciamo così. Caliamo la sant’anima», dice, «pulitamente con quella di zinco, che sta dentro; e questa me la riponi: servirà anche per me. Uno di questi giorni, sull’imbrunire, manderò a ritirarla.»
Il Mèndola non volle più né sapere né veder altro. Non gli parve l’ora di giungere al paese per spargervi la nuova di quella cassa da morto, che Piccarone aveva fatto riporre per sé.

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