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DONO DELLA VERGINE MARIA di Luigi Pirandello| Testo

† Assunta.
† Filomena.
† Crocifissa.
† Angelica.
† Margherita.
† …
Così: una crocetta e il nome della figlia morta accanto. Cinque, in colonna. Poi una sesta, che aspettava il nome dell’ultima: Agata, a cui poco ormai restava da patire.
Don Nuccio D’Alagna si turò le orecchie per non sentirla tossire di là; e quasi fosse suo lo spasimo di quella tosse, strizzò gli occhi e tutta la faccia squallida, irta di peli grigi; poi s’alzò.
Era come perduto in quella sua enorme giacca, che non si sapeva più di che colore fosse e che dava a vedere che anche la carità, se ci si mette, può apparire beffarda. La aveva certo avuta in elemosina quella vecchia giacca. E don Nuccio, per rimediare, dov’era possibile, al soverchio della carità, teneva più volte rimboccate sui magri polsi le maniche. Ma ogni cosa, come quella giacca, la sua miseria, le sue disgrazie, la nudità della casa pur tutta piena di sole, ma anche di mosche, dava l’impressione di una esagerazione quasi inverosimile.
Prima di recarsi di là, aspettò un pezzetto, sapendo che la figlia non voleva che accorresse a lei, subito dopo quegli accessi di tosse; e intanto cancellò col dito quel camposanto segnato sul piano del tavolino.
Oltre al lettuccio dell’inferma, in quell’altra camera, c’era soltanto una seggiola sgangherata e un pagliericcio arrotolato per terra, che il vecchio ogni sera si trascinava nella stanza vicina per buttarvisi a dormir vestito. Ma eran rimaste stampate a muro, sulla vecchia carta da parato scolorita, qua e là strappata e con gli strambelli pendenti, le impronte degli altri mobili pegnorati e svenduti; e ancora attaccato al muro qualche resto dei ragnateli un tempo nascosti da quei mobili.
La luce era tanta, in quella stanza nuda e sonora, che quasi si mangiava il pallore del viso emaciato dell’inferma giacente sul letto. Si vedevano solo in quel viso le fosse azzurre degli occhi. Ma in compenso poi, tutt’intorno, sul guanciale un incendio, al sole, dei capelli rossi di lei. E lei che, zitta zitta, a quel sole che le veniva sul letto si guardava le mani, o si avvolgeva attorno alle dita i riccioli di quei magnifici capelli. Così zitta, così quieta, che a guardarla e a guardar poi attorno la camera, in tutta quella luce, se non fosse stato per il ronzio di qualche mosca, quasi non sarebbe parsa vera.
Don Nuccio, seduto su quell’unica seggiola, s’era messo a pensare a una cosa bella bella per la figliuola: alla sola cosa a lei ormai desiderabile, che Dio cioè le aprisse la mente, che quel duro patire lì sul saccone sudicio di quel letto nella casa vuota la persuadesse a chiedere d’esser portata all’ospedale, dove nessuna delle sorelle, morte prima, era voluta andare.
Ci si moriva lo stesso? No: don Nuccio scoteva un dito, con convinzione: era un’altra cosa; più pulita.
Rivedeva difatti col pensiero una lunga corsia, lucida, con tanti e tanti lettini bianchi in fila, di qua e di là, e un finestrone ampio in fondo sull’azzurro del cielo; rivedeva le suore di carità, con quelle grandi ali bianche in capo e quel tintinnio delle medaglie appese al rosario, a ogni passo; rivedeva pure un vecchio sacerdote che lo conduceva per mano lungo quella corsia: egli guardava smarrito, angosciato dalla commozione, su questo e su quel letto; alla fine il prete gli diceva: «Qua» e lo attirava presso la sponda d’uno di quei letti, ove giaceva moribonda, irriconoscibile, quella sciagurata che, dopo avergli messo al mondo sei creaturine, se n’era scappata di casa per andar poi a finir lì. – Eccola! – Già a lui era morta la prima figlia, Assunta, di dodici anni.
– Come te! quella non ti perdona.
– Nuccio D’Alagna, – lo aveva ammonito severamente il vecchio sacerdote. – Siamo davanti alla morte.
– Sì, padre. Dio lo vuole, e io la perdono.
– Anche a nome delle figlie?
– Una è morta, padre. A nome delle altre cinque che le terranno dietro.
Tutte, davvero, una dopo l’altra. Ed egli, ora, era quasi inebetito. Se l’erano portata via con loro, la sua anima, le cinque figliuole morte. Per quest’ultima gliene restava un filo appena. Ma pur quel filo era ancora acceso in punta; aveva ancora in punta come una fiammellina. La sua fede. La morte, la vita, gli uomini, da anni soffiavano, soffiavano per spegnergliela: non c’erano riusciti.
Una mattina aveva veduto aprire a un suo vicino di casa, che abitava dirimpetto, lo sportello della gabbiola per cacciarne via un ciuffolotto ammaestrato ch’egli, alcuni giorni addietro, gli aveva venduto per pochi soldi.
Era d’inverno e pioveva. Il povero uccellino era venuto a batter le alucce ai vetri dell’antica finestra, quasi a chiedergli ajuto e ospitalità.
Aveva aperto la finestra, e che carezze a quel capino bagnato dalla pioggia! Poi se l’era posato su la spalla come un tempo, ed esso a bezzicargli il lobo dell’orecchio. Si ricordava dunque! Lo riconosceva! Ma perché quel vicino lo aveva cacciato via dalla gabbia?
Non aveva tardato a capirlo, don Nuccio. Aveva già notato da alcuni giorni, che la gente per via lo scansava, e che qualcuno, vedendolo passare, faceva certi atti.
L’uccellino gli era rimasto in casa, tutto l’inverno, a saltellare e a svolare cantando per le due stanzette, contento di qualche briciola di pane. Poi, venuto il bel tempo, se n’era andato via; non tutt’a un tratto, però: erano state prima scappatine sui tetti delle prossime case: ritornava la sera; poi non era tornato più.
E pazienza, cacciar via un uccellino! Ma cacciar via anche lui, buttarlo in mezzo a una strada, con la figlia moribonda… C’era coscienza?
– La coscienza, don Nuccio mio, io ce l’ho! Ma sono anche ricevitore del lotto – gli aveva detto lo Spiga, che da tant’anni lo teneva nel suo botteghino.

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