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ACQUA AMARA di Luigi Pirandello | Testo

Non la lasciai finire; levai una mano; le gridai che badasse bene: lo schiaffo che avrei dovuto dare a colui, se non fosse stato ubriaco, l’avrei appioppato a lei, se non taceva. Non tacque, si figuri! Dal furore passò al dileggio. Ma sicuro che m’era facilissimo fare il gradasso con lei, schiaffeggiare una donna, dopo avere accolto e accompagnato coi debiti riguardi fino alla porta uno che era venuto a insultarmi fino a casa. Ma perché, perché non ero andato a destarla subito? Anzi perché non glielo avevo introdotto in camera e pregato di mettersi a letto con lei?
– Tu lo sfiderai! mi gridò in fine, fuori di sé. – Tu lo sfiderai domani, e guaj a te se non lo fai!
A sentirsi lire certe cose da una donna, qualunque uomo si ribella. M’ero già spogliato e messo a letto. Le dissi che la smettesse una buona volta e mi 1asciasse dormire in pace: non avrei sfidato nessuno, anche per non dare a lei questa soddisfazione.
Ma durante la notte, tra me e me, ci pensai molto. Non sapevo e non so di cavalleria, se un gentiluomo debba raccogliere l’insulto e la provocazione di un ubriaco che non sa quel che si dica. La mattina dopo, ero sul punto di recarmi a prender consiglio da un maggiore in ritiro che avevo conosciuto alle Terme, quando questo stesso maggiore, in compagnia di un altro signore del paese, venne a chiedermi lui soddisfazione a nome del dottor Loero. Già! per il modo come lo avevo messo alla porta la sera precedente. Pare che, al mio spintone, cadendo, si fosse ferito al naso.
– Ma se era ubriaco! – gridai a quei signori.
Tanto peggio per me. Dovevo usargli un certo riguardo. Io, capisce? E per miracolo mia moglie non mi aveva mangiato, perché non lo avevo buttato giú dal poggiolo!
Basta. Voglio andar per le leste. Accettai la sfida; ma mia moglie mi sghignò sul muso e, senza por tempo in mezzo, cominciò a preparar le sue robe. Voleva partir subito; andarsene, senza aspettar l’esito del duello, che pure sapeva a condizioni gravissime.
Da che ero in ballo, volevo ballare. Le impose lui, le condizioni: alla pistola. Benissimo! Ma io pretesi allora, che si facesse a quindici passi. E scrissi una lettera, alla vigilia, che mi fa crepar dalle risa ogni qual volta la rileggo. Lei non può figurarsi che sorta di scempiaggini vengano in mente a un pover’uomo in siffatti frangenti.
Non avevo mai maneggiato armi. Le giuro che, istintivamente, chiudevo gli occhi, sparando. Il duello si fece sú alla Faggeta. I due primi colpi andarono a vuoto; al terzo… no il terzo andò pure a vuoto; fu al quarto: al quarto colpo – veda un po’ che testa dura quella del dottore! – la palla ci vide per me e andò a bollarlo in fronte, ma non gl’intaccò l’osso, gli strisciò sotto la cute capelluta e gli riuscì di dietro, dalla nuca.
Lì per lì parve morto. Accorremmo tutti; anch’io; ma uno dei miei padrini mi consigliò d’allontanarmi, di salire in vettura e scappare per la via di Chiusi.
Scappai.
Il giorno dopo venni a sapere di che si trattava; e un’altra cosa venni a sapere, che mi riempì di gioja e di rammarico a un tempo; di gioja per me, di rammarico per il mio avversario, il quale dopo una palla in fronte, pover’uomo, non se la meritava davvero.
Riaprendo gli occhi, nell’Ospedaletto della Croce Verde il dottor Loero si vide innanzi un bellissimo spettacolo: mia moglie, accorsa al suo capezzale per assisterlo!
Della ferita guarì in una quindicina di giorni: di mia moglie, caro signore, non è piú guarito.
Vogliamo andare per il secondo bicchiere?

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