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ACQUA AMARA di Luigi Pirandello | Testo

Dunque, signor mio, tenga bene a mente questo: che una donna desidera proprio tal quale come noi. Lei, per modo d’esempio, vede una bella donna, la segue con gli occhi, se la immagina tutta, e col pensiero la abbraccia, senza dirne nulla, naturalmente, a sua moglie che le cammina accanto? Nel frattempo, sua moglie vede un bell’uomo, lo segue con gli occhi, se lo immagina tutto, e col pensiero lo abbraccia, senza dirne nulla a lei, naturalmente.
Niente di straordinario in questo; ma creda pure che non fa punto piacere il supporre questa cosa ovvia e comunissima nella propria moglie, prigioniera col corpo, non con l’anima. E il corpo stesso! Dica un po’: non abbiamo noi uomini la coscienza che, avendo un’opportunità, non sapremmo affatto resistere? Ebbene, s’immagini che è proprio lo stesso per la donna. Cascano, cascano che è un piacere, con la stessa facilità, se loro vien fatto, se trovano cioè un uomo risoluto, di cui si possan fidare. Me l’ha lasciato intender bene mia moglie, parlando – s’intende delle altre.
E vengo al caso mio.
Naturalmente dopo un anno di matrimonio, m’ammalai di fegato.
Per sei anni di fila, cure inutili, che fecero strazio del mio povero corpo, ridotto in uno stato da far pietà finanche agli altri ammalati del mio stesso male.
Il rimedio dovevo trovarlo qua.
Ci venni con mia moglie e, nei primi giorni, alloggiai da Rori, dove ora è lei. Ordinai, appena arrivato, che mi si chiamasse un medico per farmi visitare e prescrivere quanti bicchieri al giorno avrei dovuto bere, o se mi sarebbero convenute piú le docce o i bagni d’acqua sulfurea.
Mi si presentò un bel giovane, bruno, alto, aitante della persona, dall’aria marziale, tutto vestito di nero. Seppi poco dopo che era stato, difatti, nell’esercito, medico militare, tenente medico; che a Rovigo aveva contratto una relazione con la figlia d’un tipografo; che ne aveva avuto una bambina, e che, costretto a sposare, s’era dimesso ed era venuto qua in condotta. Otto mesi dopo questo suo grande sacrifizio, gli erano morte quasi contemporaneamente moglie e figliuola. Erano già passati circa tre anni dalla doppia sciagura, ed egli vestiva ancora di nero, come un bellissimo corvo.
Faceva furore, capirà, con quel sacrifizio delle dimissioni per amore, così mal ricompensato dalla sorte; con quelle due disgrazie che gli si leggevano ancora scolpite in tutta la persona, impostata che neanche Carlomagno. Tutte le donne, a lasciarle fare, avrebbero voluto consolarlo. Egli lo sapeva e si mostrava sdegnoso.
Dunque venne da me; mi visitò ben bene, palpandomi tutto; mi ripeté press’a poco quel che già tant’altri medici mi avevano detto, e infine mi prescrisse la cura: tre mezzi bicchieri, di questi mezzani pei primi giorni, poi tre interi, e un giorno bagno, un giorno doccia. Stava per andarsene, quando finse d’accorgersi della presenza di mia moglie.
– Anche la signora? – domandò, guardandola freddamente.
– No no – negò subito mia moglie con un viso lungo lungo e le sopracciglia sbalzate fino all’attaccatura dei capelli.
– Eppure permette? – fece lui.
Le si accostò, le sollevò con delicatezza il mento con una mano, e con l’indice dell’altra le rovesciò appena una pàlpebra.
– Un po’ anemica – disse.
Mia moglie mi guardò, pallidissima, come se quella diagnosi a bruciapelo la avesse lì per lì anemizzata. E con un risolino nervoso su le labbra, alzò le spalle, disse: – Ma io non mi sento nulla… Il medico s’inchinò, serio: – Meglio così. E andò via con molta dignità.
Fosse l’acqua o il bagno o la doccia, o piuttosto, com’io credo, la bella aria che si gode qua e la dolcezza della campagna toscana, il fatto è che mi sentii subito meglio; tanto che decisi di fermarmi per un mese o due; e, per stare con maggior libertà, presi a pigione un appartamentino presso la Pensione, un po’ piú giú, da Coli, che ha un bel poggiolo donde si scopre tutta la vallata coi due laghetti di Chiusi e di Montepulciano.
Ma – non so se lei lo ha già supposto – cominciò a sentirsi male mia moglie.

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