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SOPRA E SOTTO di Luigi Pirandello | Testo

– Vergognatevi! Vergognatevi! – inveì il Lamella. – Se la vita ha in sè, se l’uomo ha in sé quella sventura che voi dite, sta a noi di sopportarla nobilmente! Le stelle sono grandi, io sono piccolo, e dunque m’ubriaco, è vero? Questa è la vostra logica! Sia le stelle sono piccole, piccole, se voi non le concepite grandi: la grandezza dunque è in voi! E se voi siete così grande da concepir grandi le cose che paiono piccole, perché poi volete vedere piccole e meschine quelle che a tutti paiono grandi e gloriose.’ Paiono e sono, professore! Perché non è piccolo, come voi credete, l’uomo che le ha fatte, l’uomo che ha qua, qua in petto, in sè la grandezza delle stelle, quest’infinito, quest’eternità dei cieli, l’anima dell’universo immortale. Che fate? ah, voi piangete? ho capito! Siete già ubriaco, professore!
Il Lamella saltò dall’amaca e si chinò sul professor Sabato che, appoggiato al muro, si scoteva tutto, sussultando, quasi ruttando i singhiozzi, che a uno a uno gli rompevano dal fondo delle viscere, fetidi di vino.
– Sù, sè, smettetela, perdio! – gli gridò. – Mi fate rabbia, perché mi fate pietà! Un uomo del vostro ingegno, dei vostri studii, ridursi così! vergogna! Voi avete un’anima, un’anima, un’anima. Me la ricordo io, la vostra anima nobile, accesa di bene; me la ricordo io!
– Per carità… per carità… – gemeva, implorava il professor Carmelo Sabato, tra le lagrime, sussultando. – Enrichetto… Enrichetto mio… no, per carità… non mi dire che ho un’anima immortale… Fuori! fuori! Ecco, sì, ecco quello che io dico: fuori; sarà fuori l’anima immortale… e tu la respiri, tu sì, perché non ti sei ancora guastato… la respiri come l’aria, e te la senti dentro… certi giorni più, certi giorni meno… Ecco quello che io dico! Fuori… fuori… per carità, lasciala fuori, l’anima immortale… Io, no… io, no… mi sono guastato apposta per non respirarla più… m’empio di vino apposta, perché non la voglio più, non la voglio più dentro di me… la lascio a voi… sentitevela dentro voi… io non ne posso più… non ne posso più…
A questo punto, una voce dolce chiamò dal fondo della terrazza:
– Signore…
Il Lamella si volse. Là, nel vano nero dell’usciolo biancheggiavano le ampie ali della cornetta d’una suora di carità.
Il giovane professore accorse, confabulò piano con la suora, poi tutt’e due vennero premurosamente verso l’ubriaco e lo tirarono per le braccia sì in piedi.
Il professor Carmelo Sabato, scamiciato, col testone ciondolante, il viso bagnato di lagrime, sbirciò l’uno e l’altra, sorpreso, intontito da tanta premura silenziosa; non disse nulla; si lasciò condurre, cempennante.
La discesa per la buia, angusta, ripida scaletta di legno fu difficile: il Lamella, avanti, con quasi tutto il peso addosso di quel corpaccio cascante; la suora, dietro, curva a trattener con ambedue le braccia, quanto più poteva, quel peso.
Alla fine, sorreggendolo per le ascelle, lo introdussero a traverso due stanzette buie nella camera in fondo, illuminata da due candele or ora accese sui due comodini ai lati del letto matrimoniale.
Rigido, impalato sul letto, con le braccia in croce, stava il cadavere della moglie, dal viso duro, arcigno, illividito dal riverbero delle candele sul soffitto basso, opprimente della camera.
Un’altra suora pregava inginocchiata e a mani giunte a piè del letto.
Il professor Carmelo Sabato, ancora sorretto per le ascelle, ansimante, guardò un pezzo la morta, quasi atterrito, in silenzio. Poi si volse al Lamella, come a fargli una domanda:
– Ah?
La suora, senza sdegno, con umiltà dolente e paziente gli te’ cenno di mettersi in ginocchio, ecco, così come faceva lei.
– L’anima, eh? – disse alla fine il Sabato, con un sussulto. – L’anima immortale, eh?
– Signore! – supplicò l’altra suora più anziana.
– Ah? sì… sì… subito… – si rimise, come spaurito, il professor Carmelo Sabato, calandosi faticosamente sui ginocchi.
Cadde, carponi, con la faccia a terra, e stette così un pezzo, picchiandosi il petto col pugno. Ma a un tratto dalla bocca, lì contro terra, gli venne fuori con suono stridulo e imbrogliato il ritornello d’una canzonettaccia francese: «Mets–la en trou, mets–la en trou…» seguito da un ghigno: ih ih ih ih…
Le due suore si voltarono, inorridite; il Lamella si chinò subito a strapparlo da terra e trascinarlo via nella stanza accanto; lo pose a sedere su una seggiola e lo scrollò forte, forte, a lungo, intimandogli:
– Zitto! zitto!
– Sì, l’anima… – disse piano, ansimando, l’ubriaco, – anche lei… l’anima… la plaga… la plaga di spazio… dove… dove roteano mondi, mondi…
– Statevi zitto! – seguitava a gridargli in faccia, con voce soffocata, il Lamella, scrollandolo. – Statevi zitto!
Il Sabato, allora, contro la sopraffazione provò di levarsi fiero in piedi; non poté; alzò un braccio; gridò:
– Due figlie… costei… due figlie mi buttò alla perdizione… due figlie!
Accorsero le due suore a scongiurarlo di calmarsi, di tacere, di perdonare; egli si rimise di nuovo, cominciò a dir di sì, di sì col capo, aspettando il pianto, che alla fine gli proruppe, dapprima con un mugolio dalla gola serrata, poi in tremendi singhiozzi. A poco a poco si calmò esortato dalle due suore; poi non pensando d’aver lasciato su nella terrazza la giacca, cominciò a frugarsi in petto con una mano.
– Che cercate? – gli domandò il Lamella.

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