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SOPRA E SOTTO di Luigi Pirandello | Testo

Eran venuti su per la buia, erta scaletta di legno; su, in silenzio, quasi di furto, piano piano. Il professor Carmelo Sabato tozzo pingue calvo – con in braccio, come un bamboccetto in fasce, un grosso fiasco di vino. Il professor Lamella, antico alunno del Sabato, con due bottiglie di birra, una per mano.
E da più d’un’ora, su l’alta terrazza sui tetti, irta di comignoli, di fumaioli di stufe, di tubi d’acqua, sotto lo sfavillio fitto, continuo delle stelle che pungevano il cielo senz’allargar le tenebre della notte profonda, conversavano.
E bevevano.
Vino, il professor Sabato: vino, fino a schiattarne: voleva morire. Il professor Lamella, birra: non voleva morire.
Dalle case, dalle vie della città non saliva più, da un pezzo, nessun rumore. Solo, di tratto in tratto, qualche remoto rotolio di vettura.
La notte era afosa, e il professor Carmelo Sabato s’era dapprima snodata la cravatta e sbottonato il colletto davanti, poi anche sbottonato il panciotto e aperta la camicia sul petto velloso: alla fine, nonostante l’ammonimento di Lamella: «Professore, voi vi raffreddate» s’era tolta la giacca, e con molti sospiri, ripiegatala, se l’era messa sotto, per star più comodo su la panchetta bassa, di legno, a sedere con le gambe distese e aperte, una qua, una là, sotto il tavolinetto rustico, imporrito dalla pioggia e dal sole.
Teneva ciondoloni il testone calvo e raso, socchiusi gli occhi bovini torbidi, venati di sangue, sotto le foltissime sopracciglia spioventi, e parlava con voce languida, velata, stiracchiata, come se si lamentasse in sogno:
– Enrichetto, Enrichetto mio, – diceva, – mi fai male… t’assicuro che mi fai male… tanto male…
Il Lamella, biondino, magro, itterico, nervosissimo, stava sdraiato su una specie d’amaca sospesa di qua a un anello nel muro del terrazzo, di là a due bacchette di ferro sui pilastrini del parapetto. Allungando un braccio, poteva prendere da terra la bottiglia: prendeva quasi sempre la vuota, e si stizziva; tanto che, alla fine, con una manata la mandò a rotolare sul pavimento in pendio, con grande angoscia, anzi terrore del vecchio professor Sabato, che si buttò subito a terra, gattoni, e le corse dietro per pararla, fermarla, gemendo, arrangolando:
– Per carità… per carità… sei matto? giù parrà un tuono.
Parlando, il Lamella si storceva tutto, non poteva star fermo un momento, si raggricchiava, si stirava, dava calci e pugni all’aria.
– Vi farò male; ne sono persuaso, caro professore; ma apposta lo faccio: voi dovete guarire! vi voglio rialzare! E vi ripeto che le vostre idee sono antiquate, antiquate, antiquate… Rifletteteci bene, e mi darete ragione!
– Enrichetto, Enrichetto mio, non sono idee, – implorava quello, con voce stiracchiata, lamentosa. – Forse prima erano idee. Ora sono il sentimento mio, quasi un bisogno, figliuolo: come questo vino: un bisogno.
– E io vi dimostro che è stupido! – incalzava l’altro. – E vi levo il vino e vi faccio cangiar di sentimento…
– Mi fai male…
– Vi faccio bene! State a sentire. Voi dite: Guardo le stelle, è vero? no, voi dite rimiro… è più bello, sì, rimiro le stelle, e subito sento la nostra infinita, inferma piccolezza inabissarsi! Ma sentite come parlate ancora bene voi, professore? E ricordo che sempre avete parlato così bene voi, anche quando ci facevate lezione. Inabissarsi è detto benissimo! – Che cosa diventa la terra, voi domandate, l’uomo, tutte le nostre glorie, tutte le nostre grandezze? E vero? dite così?

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