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RICHIAMO ALL’OBBLIGO di Luigi Pirandello | Testo

Paolino Lovico si buttò per morto su uno sgabello davanti la farmacia Pulejo in Piazza Marina. Guardò dentro, al banco, e asciugandosi il sudore che gli grondava dai capelli su la faccia congestionata, domandò a Saro Pulejo:
– È passato?
– Gigi? No. Ma starà poco. Perché?
– Perché? Perché mi serve! Perché… Quante cose vuoi sapere!
Si lasciò il fazzoletto steso sul capo, appoggiò i gomiti sui ginocchi, il mento sulle mani e rimase lì a guardare a terra, fosco, con le ciglia aggrottate.
Lo conoscevano tutti, là a Piazza Marina. Passò un amico:
– Ohi, Paolì?
Lovico alzò gli occhi e li riabbassò subito, brontolando:
– Lasciami stare!
Un altro amico:
– Paolì, che hai?
Lovico si strappò questa volta il fazzoletto dal capo e sedette in un’altra positura, quasi con la faccia al muro.
– Paolì, ti senti male? – gli domandò allora dal banco Saro Pulejo.
– Oh santo diavolo! – scattò Paolino Lovico, precipitandosi dentro la farmacia. – Che corno t’importa di me, me lo dici? Chi ti domanda niente? se ti senti male, se ti senti bene, che hai, che non hai? Lasciatemi stare!
– Ih, – fece Saro. – T’ha morso la tarantola? Hai domandato di Gigi, e credevo che…
– Ma ci sono forse io solo su la faccia della terra? – gridò Lovico con le braccia per aria e gli occhi schizzanti. – Non posso avere un cane malato? un pollo d’India con la tosse? Fatevi gli affari vostri, santo e santissimo non so chi e non so come!
– Oh, ecco qua Gigi! – disse Saro, ridendo.
Gigi Pulejo entrò di fretta, diviato allo stipetto a muro per vedere se nella sua casella ci fossero chiamate per lui.
– Ciao, Paolì!
– Hai fretta? – gli domandò, accigliato, Paolino Lovico senza rispondere al saluto.
– Molta, sì, – sospirò il dottor Pulejo, buttandosi su la nuca il cappello e facendosi vento col fazzoletto su la fronte. – Di questi giorni, caro mio, un affar serio.
– Non lo dico io? – sghignò allora rabbioso il Paolino Lovico con le pugna protese. – Che epidemia c’è? Cholera morbus? peste bubbonica? il canchero che vi porti via tutti quanti? Devi dare ascolto a me! Senti: morto per morto, io sono qua! Ho diritto alla precedenza. Ohi, Saro, non hai niente da pestare nel mortajo?
– Niente, perché?
– E allora andiamo via! – ripigliò Lovico, afferrando per un braccio Gigi Pulejo e trascinandolo fuori. – Qua non posso parlare!
– Discorso lungo? – gli domandò per istrada il dottore.
– Lunghissimo!
– Caro mio, mi dispiace, non ho tempo.
– Non hai tempo? Sai che faccio? Mi butto sotto un tram, mi fratturo una gamba e ti costringo a starmi attorno per una mezza giornata. Dove devi andare?
– Prima di tutto, qua vicino, in via Butera.
– T’accompagno, – disse Lovico. – Tu sali a far la visita; io t’aspetto giù, e riprenderemo a parlare.
– Ma insomma, che diavolo hai? – gli domandò il dottor Pulejo, fermandosi un po’ a osservarlo.
Paolino Lovico aprì le braccia, sotto lo sguardo del dottor, piegò le gambe, rilassò tutta la personcina arruffata e rispose:
– Gigino mio, sono un uomo morto!
E gli occhi gli si riempirono di lagrime.
– Parla, parla, – lo incitò il dottore: – andiamo, che t’è accaduto?
Paolino fece alcuni passi, poi si fermò di nuovo e, trattenendo Gigi Pulejo per una manica, premise misteriosamente:
– Ti parlo come a un fratello, bada! Anzi, no. Il medico è come il confessore, è vero?
– Certo. Abbiamo anche noi il segreto professionale.
– Va bene. Ti parlo allora sotto il sigillo della confessione, come a un sacerdote.
Si posò una mano su lo stomaco e, con uno sguardo d’intelligenza, aggiunse solennemente:
– Tomba, oh?

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