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PIANTO SEGRETO di Luigi Pirandello | Testo

Inconsciamente, quasi per trovare un rifugio che la nascondesse a se stessa in quel momento, schiuse quell’uscio, ed entrò.
La bàlia, seduta in mezzo al ietto, smaniava, disperata. La bambina, dopo un breve sonno inquieto, aveva ripreso a contorcersi per le doglie e a vagire cosí.
Donna Giannetta non intese bene, dapprima, ciò che la bàlia diceva; allungò una mano a carezzar la bambina trangosciata, e subito la ritrasse, quasi per ribrezzo. Com’era fredda! Ma bisognava farla tacere… Quel pianto era insopportabile… Non voleva latte? Era fasciata forse troppo stretta? Volle sfasciarla lei, con le sue mani. Oh che gambette misere, paonazze… e come tremavano, contratte dallo spasimo. Si provò a tenergliele; ma erano gelate! Era tutta gelata, quella piccina… Come, con che ravvolgerla? Ecco là, la copertina de la culla… Su, su.
Donna Giannetta se la prese in braccio, se la strinse contro il seno, forte e delicatamente, e si mise a passeggiare per la camera, cullando la figlioletta col dondolio della persona, come non aveva mai fatto. Sentiva sul seno le contrazioni del piccolo ventre addogliato e quasi il gorgoglio del pianto dentro quel corpicciolo tenero e freddo. Quasi senza volerlo, allora, si mise a piangere anche lei, non per pietà della piccina, no… o fors’anche, sì, perché la vedeva soffrire… ma piangeva anche perché… perché non lo sapeva neppur lei.
A poco a poco, la piccina, come se sentisse il calore dell’amor materno, che per la prima volta la confortava, si quietò di nuovo. Donna Giannetta era già stanca, tanto stanca, e pur non di meno seguitò ancora un pezzo a passeggiare e a batter lievemente, a ogni passo, una mano su le terga della piccina Poi si fermò; con la massima precauzione, per non farla svegliare, se la tolse dal seno; si mise a sedere e se la adagiò su le ginocchia; fé’ cenno alla bàlia di rimanersene a letto e, al fioco lume del lampadine da notte, si diede a contemplar la figliuola. Una gioia nuova, inattesa, la invase tutta, le sollevò il cuore. Vide quella creaturina, tranquilla ora per opera sua, lì in grembo a lei, come non la aveva mai veduta. Forse perché non aveva mai fatto nulla per lei. Povera piccina, cresciuta finora senz’affetto, senza cure… E che colpa aveva?
Strizzò gli occhi, come per ricacciare indietro un sentimento che le faceva impeto nello spirito. Ma no! Che colpa aveva la piccina d’esser nata?
E a un tratto guardando così la figlia, con altri occhi, comprese quel che il marito voleva dirle. Egli era e si sentiva vecchio, e sapeva di non poter riempire la vita di lei; ma ella aveva una figlia, ora; e una figlia può e deve riempir la vita d’una madre. Egli poteva fare uno scandalo, e non l’aveva fatto; non solo, ma aveva dato anzi a quella bambina, che non era sua figlia, il prestigio del nome, del grado, e anche… sì, anche la sua tenerezza Orbene, ella, madre, poteva dar bene alla propria figlia l’affetto, le cure, l’esempio d’una condotta illibata.
Ecco, sì, questo questo senza dubbio, egli voleva dirle. Ed ella aveva finto di dormire…
A lungo donna Giannetta rimase lì, quella notte, a pensare, con la bambina in grembo. Pensò con ama
rissimo rimpianto al suo bel sogno giovanile; e, con nausea, quel che gli uomini le avevano offerto in cambio di questo sogno… Stupide finzioni, volgarità schifose… Poi, a poco a poco cedette al sonno.
Prima dell’alba, Francesco D’Adria attraversando il corridojo per recarsi nello studio vide aperto l’uscio della camera della bàlia, e sporse il capo a guardare. Rimase stupito nel trovar la moglie lì, addormentata su una poltrona con la bambina in braccio. Le si accostò pian piano per contemplarla e sentì lo stupore sciogliersi con un tremor per le vene in una tenerezza infinita. Si chinò e la baciò in fronte.
Donna Giannetta si destò; provò anch’ella stupore, dapprima, nel ritrovarsi lì, con la piccina su le ginocchia; poi sorrise e, tendendo una mano al marito e guardandolo con gli occhi pieni della sua gioia nuova, gli domandò:
– Va bene così?

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