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PIANTO SEGRETO di Luigi Pirandello | Testo

Lo spesso tappeto attutiva il rumor dei passi di S. E. che seguitava ad andare in su e in giú per la stanza, cogitabondo. Evidentemente’ non si ricordava piú né del cav. Cao che stava lì ad aspettare innanzi alla scrivania, né dell’esposizione finanziaria; preoccupato certo d’un pianto infantile angoscioso che, nel silenzio della casa, veniva fin lì, da una camera remota, non ostanti gli usci chiusi. Già una volta egli si era recato di là, a vedere che cosa avesse la figliuola.
Il cav. Cao non seppe frenar piú oltre la stizza – (perché, santo Dio, tutta Roma sapeva che quella bambina… quella bambina…) – si alzò, come sospinto da una susta, soffiando per le nari uno sbuffo.
S. E. si arrestò e si volse a guardare.
– Oh, scusi tanto, cavaliere: mi sono distratto. Basta per questa sera, eh? Lei sarà stanco; io non mi sento disposto… Saranno le undici è vero?
– Mezzanotte, Eccellenza! Ecco qua: le dodici e un quarto.
– Ah si? E… e questo teatro, dunque quando finisce?
– Che teatro, Eccellenza?
– Ma non so; il Costanzi, credo. Dico per… per quella bambina. Sente come strilla di là? Non si vuol quietare. Forse, se ci fosse la mamma…
– Vuole che passi dal Costanzi, ad avvertire?
– No no, grazie… Tanto, adesso, poco potrà tardare. Buona notte, cavaliere. A domani.
Il cav. Cao s’inchinò profondamente, tirando per il naso aria aria aria che, appena varcata la soglia, buttò fuori con un versaccio rabbioso.
Francesco D’Adria, rimasto solo, si premé forte ambo le mani sul volto. Il lucido cranio calvo gli s’infiammò, sotto le lampadine elettriche della lumiera che pendeva dal soffitto. Si trattenne ancora un pezzo li, nello scrittoio, a passeggiare, fosco; poi si recò di nuovo nella camera dove piangeva la piccina.
Era la camera della bàlia. Un lumino da notte, riparato da una ventola litofana, sul cassettone, la rischiarava a mala pena. La vecchia governante, magra e linda, passeggiava con la creaturina in braccio, adagiata sul seno, con la testina appoggiata su l’omero.
– Nono… nooo… – le ripeteva, come in risposta ai vagiti.
La bàlia, intanto, con una mammella scoperta, piangeva anche lei: piangeva e giurava alla cameriera della signora di non aver mangiato alcun cibo dannoso.
– (Sta’ zitta! Le prugne secche… Sta’ zitta!)
Il D’Adria prese dal tavolino da notte un campanello e si mise a farlo tintinnire innanzi agli occhi della bambina, per distrarla andando dietro alla governante.
Così lo trovò, poco dopo, donna Giannetta, di ritorno dal teatro, tutta frusciante di seta. Credette dapprima che il vecchio si compiacesse, sotto gli occhi delle serve, di mostrar la sua ridicola tenerezza paterna, dopo le gravi cure dello Stato; e aprí le labbra a un impercettibile sorriso canzonatorio. Ma la cameriera, accorsa a liberarla dallo scialletto ch’ella teneva ancora in capo e a slacciarle la mantiglia, le spiegò, piano, che cosa era accaduto.

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