Footer menù

LEVIAMOCI QUESTO PENSIERO di Luigi Pirandello | Testo

Nella camera mortuaria erano raccolti tutti i parenti il padre vecchissimo, le sorelle coi loro mariti, i fratelli con le loro mogli e i figliuoli più grandi; e chi piangeva silenziosamente, col fazzoletto sogli occhi; e chi, scotendo amaramente il capo, appena appena, con gli angoli della bocca contratti in giù, mirava sul letto tra i quattro ceri la povera morta cosparsa di fiori, con un piccolo crocefisso d’argento e la corona del rosario di grani rossi tra le mani dure, livide, composte a forza sul petto.
Bernardo Sopo, il marito, passeggiava nella camera accanto.
Di larghe spalle, quantunque povero e tardo di gambe, calvo e barbuto come un padre cappuccino, con gli occhi socchiusi, le lenti dimenticate su la punta del naso, le mani a tergo, passeggiava; si fermava di tratto in tratto, diceva
– Ersilia… poveretta…
Si rimetteva a passeggiare, e poco dopo si rifermava per ripetere:
– Poveretta.
Il suono de’ suoi passi, il suono della sua voce, in quella che non pareva neppure un’esclamazione di compianto, ma quasi una conclusione ragionata, urtavano i parenti muti e raccolti nel cordoglio. Urtava peggio la sua presenza, ogni qual volta egli veniva a fermarsi un momento su la soglia e, col capo reclinato indietro e gli occhi tra i peli, guardava tutti in giro, come per compassione di quello spettacolo di morte, ch’essi stavano lì a rappresentare sinceramente, quasi per esercizio d’un dovere, oh tristissimo sì, ma al tutto inutile.
E appena egli voltava le spalle per rimettersi a passeggiare nella stanza accanto, tutti avevano l’impressione che, così passeggiando, quell’uomo stesse ad aspettare, con forzata pazienza, che si finisse una buona volta di piangere.
A un certo punto lo videro entrare nella camera con un’aria che gli conoscevano bene, aria di rassegnazione, ma testarda, con la quale sfidava le proteste e accoglieva le ingiurie di tutti, come un asino le nerbate senza rimuoversi d’un passo dall’orlo del precipizio.
Quasi quasi temettero che andasse a soffiare sui quattro ceri per spegnerli, come a dire che lo spettacolo era già durato abbastanza e poteva aver fine.
Di tanto tutti quei parenti stimavano capace Bernardo Sopo. E certo, se fosse dipeso da lui – no, spenti no, spenti mai – ma non sarebbero stati certo accesi quei ceri, né sparsi quei fiori, né posti in mano alla morta quel crocefisso e quella corona di grani rossi. Non per la ragione, però, che con maligno animo sospettavano i parenti.
Bernardo Sopo si accostò al suocero e lo pregò di recarsi con lui, per un momento, nello scrittojo.
Qua, la vista dei mobili quieti, in penombra, che non sapevano nulla di quanto era accaduto di là, lo fece sbuffare, specialmente la vista degli scaffali pieni zeppi di pesanti libri di filosofia. Aperto un cassetto della scrivania, ne trasse una cartella di rendita intestata alla moglie defunta, e la porse al suocero.
Questi, stordito dalla sciagura, guardò coi calvi occhi, insanguati nel pianto, prima quella cartella, poi il genero, senza comprendere.
– La dote d’Ersilia, – gli disse il Sopo.

No comments yet.

Lascia un commento

Unable to load the Are You a Human PlayThru™. Please contact the site owner to report the problem.

Powered by WordPress. Designed by WooThemes

contatore visite gratis
Segui la nostra pagina Facebook : se orlandofurioso.com ti è piaciuto, condividi l'esperienza!