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LA REALTA’ DEL SOGNO di Luigi Pirandello | Testo

Tutto ciò che egli diceva, pareva avesse lo stesso valore incontestabile della sua bellezza; che, non potendosi mettere in dubbio che fosse un bellissimo uomo, ma proprio bello tutto, non potesse parimenti esser mai contraddetto in nulla.
E non capiva niente, proprio non capiva niente di quanto avveniva in lei!
Nel sentire le interpretazioni che dava con tanta sicurezza di certi suoi moti istintivi, di certe sue fors’anche ingiuste antipatie, di certi suoi sentimenti, le veniva la: tentazione di graffiarlo, di schiaffeggiarlo, di morderlo.
Anche perché poi, con quella freddezza e sicurezza e quell’orgoglio di bel giovine, veniva a mancarle in certi altri momenti, allorché le s’accostava, perché aveva bisogno di lei. Timido, umile, supplichevole, allora, come insomma in quei momenti ella non lo avrebbe desiderato; sicché, anche allora, per un altro verso si sentiva irritata; tanto che, pur essendo proclive a cedere, s’induriva restia; e il ricordo d’ogni abbandono, avvelenato sul piú bello da quell’irritazione, le si cangiava in rancore.
Sosteneva che fosse una fissazione in lei l’impaccio, l’imbarazzo che diceva di provare davanti a tutti gli uomini.
– Li provi, cara, perché ci pensi, – s’ostinava a ripeterle.
– Ci penso, caro, perché li provo! – ribatteva lei. – Che fissazione! Li provo. È così. E debbo ringraziarne mio padre, la bella educazione che m’ha data! Vuoi mettere in dubbio anche questo?
Eh, almeno questo no, era sperabile. Ne aveva fatto esperienza lui stesso durante il fidanzamento. Nei quattro mesi prima del matrimonio, là, nella cittaduzza natale, non gli era stato concesso, non che di toccarle una mano, ma neppure di scambiare con lei due paroline a bassa voce.
Piú geloso d’un tigre, il padre, le aveva inculcato fin da bambina un vero terrore degli uomini; non ne aveva ammesso mai uno, che si dice uno, in casa; e tutte le finestre chiuse; e le rarissime volte che la aveva condotta fuori, le aveva imposto d’andare a capo chino come le monache, e guardando a terra quasi a fare il conto dei ciottoli del selciato.
Ebbene, che maraviglia se ora alla presenza d’un uomo provava quell’imbarazzo e non riusciva a guardar negli occhi nessuno e non sapeva piú né parlare né muoversi?
Già da sei anni, è vero, s’era liberata dall’incubo di quella feroce gelosia paterna; vedeva gente, per casa, per via; eppure… Non era piú certamente quel puerile terrore di prima; ma quest’imbarazzo, ecco. I suoi occhi, per quanto si sforzassero, non potevano proprio sostenere lo sguardo di nessuno; la lingua, parlando, le s’imbrogliava in bocca; e d’improvviso, senza saper perché, si faceva in volto di bragia; per cui tutti potevano credere che le passasse per la mente chi sa che cosa, mentre proprio non pensava a nulla; e insomma si vedeva condannata a far cattive figure, a passare per sciocca, per stupida, e non voleva. Inutile insistere! Grazie al padre, doveva star chiusa, senza veder nessuno, per non provare almeno il dispetto di quello stupidissimo, ridicolissimo imbarazzo piú forte di lei.
Gli amici, i migliori, quelli a cui egli teneva di piú e che avrebbe voluto considerare come ornamento della sua casa, del piccolo mondo che, sei anni a dietro, sposando, aveva sperato di formarsi attorno, già s’erano allontanati a uno a uno. Sfido! Venivano in casa; domandavano:
– Tua moglie?
Sua moglie se n’era scappata a precipizio al primo squillo del campanello. Fingeva d’andare a chiamarla; andava davvero; si presentava con la faccia afflitta, le mani aperte, pur sapendo che sarebbe stato inutile; che la moglie lo avrebbe fulminato con gli occhi accesi d’ira e gli avrebbe gridato tra i denti: – “Stupido!” – ; voltava le spalle e ritornava, Dio sa come dentro, di fuori sorridente, ad annunziare:
– Abbi pazienza, caro, non si sente bene, s’è buttata sul letto.

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