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IL PROFESSORE TERREMOTO di Luigi Pirandello | Testo

«Fu così, ch’io alla fine mi ritrovai secondo padre di tre bambini non miei, e poi, d’anno in anno, padre legittimo di cinque miei, che fanno – se non sbaglio – otto, e nove con la moglie, e undici coi suoceri, e dodici con me, e quindici – tutto sommato – con mio padre e mia madre e una mia sorella nubile, al cui mantenimento provvedo io.
«Ecco l’eroe, cari signori!
«Quel terremoto è passato; anche quest’altro è passato: terremoto perpetuo è rimasta la vita mia.
«Ma sono stato un eroe, non c’è che dire!
«E ora m’accusano che non faccio più il mio dovere; che sono un pessimo professore; e ho il disprezzo freddo di chi sperò in me; e i giornali mi danno del cinico; e non m’arrischio a parlare – per non dar spettacolo soverchio a lor signori – di tutto ciò che mi ribolle qua dentro e mi sconvolge la ragione, se penso ai sogni miei d’una volta, ai propositi miei!
«Signori, se in qualche momento di tregua io tento di raccogliermi e cedo alla vana speranza di potermi rimettere a conversare con l’anima mia d’un tempo, ecco quella vecchia sciancata, quella mia suocera immortale a cui è rimasta in corpo una rabbia inestinguibile contro di me, presentarsi alla soglia del mio studiolo, arrovesciar le mani sui fianchi con le gomita appuntate davanti e, chinandosi quasi fino a terra, ruggirmi tra le gengive bavose, non so se per imprecazione, o per ingiuria, o per condanna:
«”Terremoto! Terremoto! Terremoto!”
«I miei scolari l’hanno risaputo. E sapete come mi chiamano? Il professor Terremoto.»

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