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FUOCO ALLA PAGLIA di Luigi Pirandello | Testo

– Col demonio, voi, il pajo! – borbottò Nàzzaro, tornando a sdrajarsi. – Siete in peccato mortale, ve l’ho detto!
– Per quegli uccellini?
– L’anima, l’anima, il cuore… non ve lo sentite rodere, il cuore? Sono tutte quelle creature di Dio, che vi siete mangiate! Andate… Peccato mortale!
– Arrì, – disse Simone Lampo all’asinello.
Fatti pochi passi, s’arrestò di nuovo, si voltò indietro e chiamò:
– Nàzzaro!
Il vagabondo non gli rispose.
– Nàzzaro. – ripeté Simone Lampo. – Vuoi venire con me a liberare gli uccelli?
Nàzzaro si rizzò di scatto. – Dite davvero?
– Sì.
– Volete salvarvi l’anima? Non basta. Dovreste dar fuoco anche alla paglia!
– Che paglia?
– A tutta la paglia! – disse Nàzzaro, accostandosi, rapido e leggero come un’ombra
Posò una mano sul collo dell’asina, l’altra su una gamba di Simone Lampo e, guardandolo negli occhi, tornò a domandargli:
– Vi volete salvar l’anima davvero?
Simone Lampo sorrise e gli rispose:
– Sì.
– Proprio davvero? Giuratelo! Badate, io so quello che ci vorrebbe per voi. Studio la notte, e so quello che ci vorrebbe, non per voi soltanto, ma anche per tutti i ladri, per tutti gl’impostori che abitano laggiú, nel nostro paese; quello che Dio dovrebbe fare per la loro salvazione e che fa, presto o tardi, sempre: non dubitate! Dunque, volete davvero liberare gli uccelli?
– Ma sì, te l’ho detto.
– E fuoco alla paglia?
– E fuoco alla paglia!
– Va bene. Vi prendo in parola. Andate avanti e aspettatemi. Devo ancora contare fino a cento.
Simone Lampo riprese la via, sorridendo e dicendo a Nàzzaro:
– Bada, t’aspetto.
S’intravedevano ormai laggiú, lungo la spiaggia, i lumi fiochi del paesello. Da quella via su l’altipiano marnoso che dominava il paese, si spalancava nella notte la vacuità misteriosa del mare, che faceva apparir piú misero quel gruppetto di lumi laggiú.
Simone Lampo trasse un profondo sospiro e aggrottò le ciglia. Salutava ogni volta così, da lontano, l’apparizione di quei lumi.
C’eran due pazzi patentati per gli uomini che stavano laggiú, oppressi, ammucchiati: lui e Nàzzaro. Bene: ora si sarebbero messi insieme, per accrescere l’allegria del paese! Libertà agli uccellini e fuoco alla paglia! Gli piaceva questa esclamazione di Nàzzaro; e se la ripeté con crescente soddisfazione parecchie volte prima di giungere al paese.
– Fuoco alla paglia!
Gli uccellini, a quell’ora, dormivano tutti, nelle cinque stanze del piano di sotto. Quella sarebbe stata per loro l’ultima notte da passar lì. Domani, via! Liberi. Una gran volata! E si sarebbero sparpagliati per l’aria; sarebbero ritornati ai campi, liberi e felici. Sì, era una vera crudeltà, la sua. Nàzzaro aveva ragione. Peccato mortale! Meglio mangiar pane asciutto, e lì.
Legò l’asina nella stalluccia e, con la lucernetta a olio in mano, andò su ad aspettar Nàzzaro, che doveva contare, come gli aveva detto, fino a cento stelle. – Matto! Chi sa perché? Ma era forse una divozione…
Aspetta e aspetta, Simone Lampo cominciò ad aver sonno. Altro che cento stelle! Dovevano esser passate piú di tre ore. Mezzo firmamento avrebbe potuto contare… Via! Via! Forse glie l’aveva detto per burla, che sarebbe venuto. Inutile aspettarlo ancora. E si disponeva a buttarsi sul letto, così vestito, quando sentì bussare forte all’uscio di strada.
Ed ecco Nàzzaro, ansante e tutto ilare e irrequieto.
– Sei venuto di corsa?
– Sì. Fatto!
– Che hai fatto?
– Tutto. Ne parleremo domani, don Simo’! Sono stanco morto.
Si buttò a sedere su una seggiola e cominciò a stropicciarsi le gambe con tutt’e due le mani, mentre gli occhi d’animale forastico gli brillavano d’un riso strano, abbozzato appena sulle labbra di tra il folto barbone.
– Gli uccelli? – domandò.
– Giú. Dormono.
– Va bene. Non avete sonno voi?
– Si. T’ho aspettato tanto…
– Prima non ho potuto. Coricatevi. Ho sonno anch’io, e dormo qua, su questa seggiola. Sto bene, non v’incomodate! Ricordatevi che siete ancora in peccato mortale! Domani compiremo l’espiazione.

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