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FORMALITA’ di Luigi Pirandello | Testo

– Ditemi, per carità, dottore! – insistette Flavia, esasperata, nel vederlo così sconvolto e taciturno. È grave assai?
– Sì, – rispose egli, cupo, bruscamente.
– Il cuore? Che male? Così all’improvviso? Ditemelo!
– Vi giova saperlo? Termini di scienza: che c’intendereste?
Ma ella volle sapere.
– Irreparabile? – chiese poi.
Egli si tolse le lenti, strizzò gli occhi, poi esclamò:
– Ah, non così, non così, credetemi! Vorrei potergli dare la mia vita.
Flavia diventò pallidissima; guardò il marito, e disse più col cenno che con la voce:
– Tacete.
– Voglio che lo sappiate, – aggiunse egli. – Ma già m’intendete, non è vero? Tutto, tutto quello che mi sarà possibile… Senza pensare a me, a voi…
– Tacete, – ripeté ella, come inorridita.
Ma egli seguitò:
– Abbiate fiducia in me. Non abbiamo nulla da rimproverarci. Del male ch’egli mi fece, non ha sospetto, e non ne avrà. Avrà tutte le cure che potrà prestargli l’amico più devoto.
Flavia, ansante, vibrante, non staccava gli occhi dal marito.
– Si riscuote! – esclamò a un tratto.
Il Sarti si volse a guardare.
– No…
– Sì, s’è mosso, – aggiunse ella piano.
Rimasero un pezzo sospesi, a spiare. Poi egli si accostò al canapè, si chinò sul giacente, gli prese il polso e chiamò:
– Gabriele… Gabriele…

IV
Pallido, ancora un po’ affannato per tutti i respiri che s’era affrettato a trarre appena rinvenuto, Gabriele pregò la moglie di andarsene.
– Non mi sento più nulla. Prendi, prendi la carrozza e vai pure a passeggio, – disse, per rassicurarla. – Voglio parlare con Lucio. Va’.
Flavia, per non dargli sospetto della gravità del male, finse d’accettar l’invito; gli raccomandò tuttavia di non agitarsi troppo, salutò il dottore e rientrò in casa.
Gabriele rimase un pezzo assorto, guardando la bussola per cui ella era uscita; poi si recò una mano al petto, sul cuore, e seguitando a tener fissi gli occhi, mormorò:
– Qua, è vero? Tu mi hai ascoltato… Io… Che cosa buffa! Mi pareva che quel signor… come si chiama?… Lapo, sì: quell’ometto dall’occhio di vetro, mi tenesse legato, qua; e non potevo svincolarmi; tu ridevi e dicevi: Insufficienza… è vero?… insufficienza delle valvole aortiche…
Lucio Sarti, nel sentir proferire quelle parole da lui dette a Flavia, allibì. Gabriele si scosse, si voltò a guardarlo e sorrise:
– T’ho sentito, sai?
– Che… che hai sentito? – balbettò il Sarti, con un sorriso squallido su le labbra, dominandosi a stento.
– Quello che hai detto a mia moglie, – rispose, calmo, Gabriele, fissando di nuovo gli occhi, senza sguardo. – Vedevo… mi pareva di vedere, come se avessi gli occhi aperti… sì! Dimmi, ti prego, – aggiunse, riscotendosi, – senza ambagi, senza pietose bugie: quanto posso vivere ancora? Quanto meno, tanto meglio.
Il Sarti lo spiava, oppresso di stupore e di sgomento, turbato specialmente da quella calma. Ribellandosi con uno sforzo supremo all’angoscia che lo istupidiva, scattò.
– Ma che ti salta in mente?
– Un’ispirazione! – esclamò Gabriele, con un lampo negli occhi. – Ah, perdio!
E sorse in piedi. Si recò ad aprir l’uscio che dava nella stanza del banco e chiamò il Bertone.
– Senti, Carlo: se tornasse quell’ometto che è venuto stamattina, fallo aspettare. Anzi manda subito a chiamarlo, o meglio: va’ tu stesso! Subito, eh?

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