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FORMALITA’ di Luigi Pirandello | Testo

Rimasero un pezzo accesi e vibranti, l’uno di fronte all’altra, quasi sgomenti del loro odio intimo reciproco, covato per tanti anni nascostamente e scoppiati ora, all’improvviso, senza la loro volontà.
– Perché dunque ti lagni di me? – riprese Flavia con impeto. – Se io di te non mi sono mai curata, e tu quando di me? Mi rinfacci ora il tuo sacrificio, come se non fossi stata sacrificata anch’io, e condannata qua a rappresentare per te la rinunzia alla vita che tu sognavi! E per me doveva esser questa, la vita? Non dovevo sognar altro, io? Tu, nessun dovere d’amarmi. La catena che t’imprigionava qua, a un lavoro forzato. Si può amar la catena? E io dovevo esser contenta, è vero? che tu lavorassi, e non pretendere altro da te. Non ho mai parlato. Ma tu mi provochi, ora.
Gabriele s’era nascosto il volto con le mani, mormorando di tratto in tratto: – Anche questo!… anche questo!… – Alla fine proruppe:
– E anche i miei figli, è vero? verranno qua, adesso, a buttarmi in faccia, come uno straccio inutile, il mio sacrifizio?
– Tu falsi le mie parole, – rispose ella, scrollando una spalla.
– Ma no! – seguitò Gabriele con foga mordace. – Non merito altro ringraziamento. Chiamali! Chiamali! Io li ho rovinati; e me lo rinfacceranno con ragione!
– No! – s’affrettò a dir Flavia, intenerendosi per i figliuoli. – Poveri piccini, non ti rinfacceranno la miseria… no!
Strizzò gli occhi, s’afferrò le mani e le scosse in aria.
– Come faranno? – esclamò. – Cresciuti così…
– Come? – scattò egli. – Senza guida, è vero? Anche questo mi butteranno in faccia? Va’, va’ ad imbeccarli! Anche i rimproveri di Lucio Sarti, per giunta?
– Che c’entra Lucio Sarti? – fece Flavia, stordita da quell’improvvisa domanda.
– Ripeti le sue parole, – incalzò Gabriele, pallidissimo, sconvolto. – Non ti resta che da metterti sul naso le sue lenti da miope.
Flavia trasse un lungo sospiro e, socchiudendo gli occhi con calmo disprezzo, disse:
– Chiunque sia per poco entrato nell’intimità della nostra casa, ha potuto accorgersi…
– No, lui! – la interruppe Gabriele, con maggior violenza. – Lui soltanto! lui che è cresciuto come un aguzzino di se stesso, perché suo padre…
S’arrestò, pentito di ciò che stava per dire, e riprese:
– Non gliene fo carico; ma dico che lui aveva ragione di vivere com’ha vissuto, vigilando, pauroso, rigido, ogni suo minimo atto: doveva sollevarsi, sotto gli occhi della gente, dalla miseria, dall’ignominia, in cui lo avevano gettato i suoi genitori. Ma i miei figliuoli, perché? Perché avrei dovuto essere un tiranno, io, per i miei figliuoli?
– Chi dice tiranno? – si provò a osservare Flavia.
– Ma liberi, liberi! – proruppe egli. – Io volevo che crescessero liberi i miei figliuoli, poiché io ero stato dannato qua da mio padre, a questo supplizio! E come un premio mi ripromettevo, unico premio! di godere della loro libertà, almeno, procacciata a costo del mio sacrifizio, della mia esistenza spezzata… inutilmente, ora, inutilmente spezzata…
A questo punto, come se l’orgasmo a mano a mano cresciuto gli si fosse a un tratto spezzato dentro, egli scoppiò in irrefrenabili singhiozzi; poi, in mezzo a quel pianto strano, convulso, quasi rabbioso, alzò le braccia tremanti, soffocato, e s’abbandonò, privo di sensi.
Flavia, smarrita, atterrita, chiamò ajuto. Accorsero dalle stanze del banco il Bertone e un altro scritturale. Gabriele fu sollevato e adagiato sul canapè, mentre Flavia, vedendogli il volto soffuso d’un pallore cadaverico e bagnato del sudore della morte, smaniava, disperata:
– Che ha? che ha? Dio, ma guardi… Ajuto!… Ah, per causa mia!…
Lo scritturale corse a chiamare il dottor Sarti, che abitava lì vicino.
– Per causa mia!… per causa mia!… – ripeteva Flavia.
– No, signora, – le disse il Bertone, tenendo amorosamente un braccio sotto il capo di Gabriele. – Da stamattina… Ma già, da un pezzo, qua… Povero figliuolo… Se lei sapesse!
– So! So!
– E che vuole, dunque? Per forza!
Intanto urgeva, urgeva un rimedio. Che fare? Bagnargli le tempie? Sì… ma meglio forse un po’ d’etere. Flavia sonò il campanello; accorse un cameriere:
– L’etere! la boccetta dell’etere: su, presto!
– Che colpo… che colpo, povero figliuolo! – si rammaricava piano il Bertone, contemplando tra le lagrime il volto del padrone.

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