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FORMALITA’ di Luigi Pirandello | Testo

Sostenendo lo sguardo dell’Orsani, risoluto a difendersi fino all’ultimo, gli domandò con voce mal ferma:
– La mia responsabilità, tu dici, di fronte alla Compagnia?
– Aspetta! – riprese Gabriele, come abbagliato dall’efficacia stringente del suo ragionamento. – Devi pensare che io sono tuo amico da prima assai che tu diventassi il medico di codesta Compagnia. È vero?
– È vero… ma… – balbettò Lucio.
– Non turbarti! Non voglio rinfacciarti nulla; ma solo farti osservare che tu, in questo momento, in queste condizioni, pensi, non a me, come dovresti, ma alla Compagnia…
– Al mio inganno! – replicò il Sarti, fosco.
– Tanti medici s’ingannano! – ribatté subito Gabriele. – Chi te ne può accusare? Chi può dire che in questo momento io non sia sano? Vendo salute! Morrò di qui a cinque o sei mesi. Il medico non può prevederlo. Tu non lo prevedi. D’altra parte, il tuo inganno, per te, per la tua coscienza, è carità d’amico.
Annichilito, col capo chino, il Sarti si tolse le lenti, si stropicciò gli occhi; poi, losco, con le palpebre semichiuse, tentò con voce tremante l’estrema difesa:
– Preferirei – disse, – dimostrartela altrimenti, questa che tu chiami carità d’amico.
– E come?
– Ricordi dove morì mio padre e perché?
Gabriele lo guatò, stordito; bisbigliò tra sé:
– Che c’entra?
– Tu non sei al mio posto, – rispose il Sarti, risoluto, aspro, rimettendosi le lenti. – Non puoi giudicarne. Ricordati come sono cresciuto. Ti prego, lasciami agire correttamente, senza rimorsi.
– Non capisco, – rispose Gabriele con freddezza, – che rimorso potrebbe essere per te l’aver beneficato i miei figliuoli…
– Col danno altrui?
– Io non l’ho cercato.
– Sai di farlo!
– So qualche altra cosa che mi sta più a cuore e che dovrebbe stare a cuore anche a te. Non c’è altro rimedio! Per un tuo scrupolo, che non può essere anche mio ormai, vuoi che rigetti questo mezzo che mi si offre spontaneo, quest’ancora che tu, tu stesso m’hai gettata?
S’appressò all’uscio, ad origliare, facendo cenno al Sarti di non rispondere.
– Ecco, è venuto!
– No, no, è inutile, Gabriele! – gridò allora il Sarti, risolutamente. – Non costringermi!
L’Orsani lo afferrò per un braccio:
– Bada, Lucio! È l’ultima mia salvezza.
– Non questa, non questa! – protestò il Sarti. – Senti, Gabriele: Quest’ora sia sacra per noi. Io ti prometto che i tuoi figliuoli…
Ma Gabriele non lo lasciò finire:
– L’elemosina? – disse, con un ghigno.
– No! – rispose Lucio, pronto. – Renderei a loro quel che m’ebbi da te!
– A qual titolo? Come vorresti provvedere ai miei figliuoli? Tu? Hanno una madre! A qual titolo? Non di semplice gratitudine, è vero? Tu menti! Per altro fine ti ricusi, che non puoi confessare.
Così dicendo, lo afferrò per le spalle e lo scosse, intimandogli di parlar piano e domandandogli fino a che punto avesse osato ingannarlo. Il Sarti tentò di svincolarsi, difendendo dall’atroce accusa sé e Flavia e rifiutandosi ancora di cedere a quella violenza.
– Voglio vederti! – ruggì a un tratto fra i denti l’Orsani.
D’un balzo aprì l’uscio e chiamò il Vannetti, mascherando subito l’estrema concitazione con una tumultuosa allegria:
– Un premio, un premio, – gridò, investendo l’ometto cerimonioso, – un grosso premio, signor ispettore, all’amico nostro, al nostro dottore, che non è soltanto il medico della Compagnia, ma il suo più eloquente avvocato. M’ero quasi pentito; non volevo saperne… Ebbene, lui, lui mi ha persuaso, mi ha vinto… Gli dia, gli dia subito da firmare la dichiarazione medica: ha premura, deve andar via. Poi noi stabiliremo il quanto e il come…
Il Vannetti, felicissimo, tra uno scoppiettio di esclamazioni ammirative e di congratulazioni, trasse dalla cartella un modulo a stampa, e ripetendo: – Formalità… formalità… – lo porse a Gabriele.
– Ecco, scrivi, – disse questi, rimettendo il modulo al Sarti, che assisteva come trasognato a quella scena e vedeva ora in quell’omiciattolo sbricio, quasi artefatto, estremamente ridicolo, la personificazione del suo sconcio destino.

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