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GIOVENTU’ di Luigi Pirandello | Testo

Abbandonata tra i guanciali dentro quell’antico seggiolone di cuojo, che don Buti, il parroco, aveva voluto per forza mandarle dalla casa parrocchiale – (“c’a preuva, madama, e a vëdrà s’ a farà nen ’l miracöl d’ fela guarì”) – la linda vecchina inferma, ancora tanto bella con quei candidi capelli ondulati sotto la cuffia di merletti lini, guardava i prati verdi che si stendevano davanti alla villa, limitati qua e là da alte file di esili pioppi.
Tutta Cargiore era in ansia e in pena per la malattia di lei. I ragazzi raccolti nell’Asilo d’Infanzia, fatto costruire e mantenuto a sue spese, recitavano, poveri piccini, mattina e sera, una elaborata preghiera composta da don Buti per la sua guarigione. Nella farmacia (che era insieme drogheria e ufficio postale) dell’arcigno monsü Grattarola tutti ricordavano che madama Mascetti, nata a Cargiore maritata per forza a un ricco signore di Torino che se n’era innamorato durante una villeggiatura estiva lassù, dopo quattro anni, rimasta vedova, aveva lasciato il bel palazzo della Capitale e se n’era tornata a Cargiore, per beneficare i suoi compaesani con le vistose sostanze ereditate dal marito.
Solo monsü Grattarola faceva da contrabbasso a quelle sviolinate patetiche con certi duri e profondi grugniti, ma nessuno gli badava. Sosteneva egli solo che la ragione del ritorno della Mascetti a Cargiore doveva cercarsi nell’ostilità implacabile dei parenti del marito, i quali le avevano finanche tolto il figliuolo, per educarlo a modo loro: il figliuolo che ora, nientemeno, era addetto d’ambasciata a Vienna. I più vecchi gli opponevano che la ragione era un’altra, più antica: l’avversione di Velia per Torino (Velia: la chiamavano così, loro, senz’altro) dopo le nozze contratte per forza, che erano state cagione della morte violenta di Martino Prever che s’era ucciso per lei, povero figliuolo; o piuttosto, per la crudeltà dei parenti di lei; ed era sepolto a Cargiore. E così si spiegava la protezione della Mascetti per la famiglia Prever e specialmente per il giovane Martino, pronipote di quell’altro. Era in mano dei Prever, ora, quella cara Velia. E il giovane Martino, mentr’ella se ne stava sul seggiolone del parroco a guardare i prati attraverso i vetri della finestra, era di là, nella stanza attigua, a rifarsi un po’ delle veglie durate.
Tranne un lampadina votivo su una mensoletta davanti a un antico Crocifisso d’avorio, nessun lume ardeva nella camera dell’inferma arredata con squisita semplicità e rara gentilezza. Ma il plenilunio la inalbava dolcemente.
Dietro la tenda della finestra, con la fronte appoggiata ai vetri, anche la infermiera guardava fuori.
– Che luna! – sospirò, a un tratto, nel silenzio. – Pare che raggiorni!
– Se aprissi un tantino, Marietta? Un tantino! – pregò la signora Velia, con voce carezzevole. – Non mi potrà far male.
– E il signor dottore? – domandò Marietta. – Che dirà il signor dottore? Sa lei che abbiamo già la neve su Roccia Vré?
– Un tantino! – insisté la padrona. – Vedi? respiro così calma.
Marietta aprì uno spiraglio, dapprima: poi, a poco a poco, per le insistenze dell’inferma, la mezza imposta.
Ah che incanto! che pace! Pareva che la Luna inondasse di luminoso silenzio quei prati: d’un silenzio attonito e pur tutto pieno di fremiti. Erano sottili, acuti fritinnìi di grilli, risi di rivoli giù per le zane.
Per Marietta, l’incanto di quella notte era tutto lì, presente; ma alla vecchina, guardando assorta, pareva che quel silenzio sprofondasse nel tempo, e altre notti pensava, remote, simili a questa, vegliate dalla Luna; e tutta quella pace fascinosa assumeva agli occhi di lei quasi un senso arcano, che la forzava al pianto.
Veniva da lontano, continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglio del Sangone nella valle, e di qua presso un rumore, di tratto in tratto, che la inferma non riusciva a spiegarsi.
– Che stride così, Marietta?
– Un contadino, – rispose questa lietamente, affacciata alla finestra, nell’aria chiara. – Falcia il suo fieno, sotto la luna. Sta a raffilare la falce.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case del villaggio tutto sparso a gruppi su quel pianoro tra le Prealpi, giunse dolcissimo un coro di donne.
– Cantano a Rufinera, – annunziò Marietta.
Ma la inferma aveva reclinato il capo, soffocata dall’interna commozione. Marietta non se ne accorse: rimase a contemplare estatica lo spettacolo del plenilunio e ad ascoltare il canto lontano. A un tratto si scosse, di soprassalto. La padrona rantolava. Spaventata, richiuse subito l’imposta; si chinò su l’inferma, le sollevò il capo, la chiamò più volte, invano; si smarrì, corse a chiamare ajuto nella stanza accanto.
– Signor Martino, signor Martino!
E Marietta scosse violentemente il giovanotto che stava a dormire sul canapè troppo piccolo per lui.
– Ah che stupida sono stata! Venga! Venga! Le avrà fatto male l’aria della notte! – smaniava Marietta, mentre il giovanotto stentava a riprendere coscienza.

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