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LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

V
Da circa quindici giorni Lars Cleen seguiva mattina e sera il Mìlio alla pesca: usciva di casa con lui, vi ritornava con lui.
Padron Di Nica, con molti se, con molti ma, aveva accettato la proposta presentatagli dal Mìlio come una vera fortuna per lui (e le conseguenze?). Il vaporetto nuovo sarebbe stato pronto fra un mese al piú, e lui, il Cleen, vi si sarebbe imbarcato in qualità di interprete – a prova, per il primo mese.
Venerina aveva fatto intender bene allo zio che il Cleen non s’era ancora spiegato con lei chiaramente, e gli aveva perciò raccomandato di comportarsi con la massima delicatezza, tirandolo prima con ogni circospezione a parlare, a spiegarsi. Il povero don Paranza, sbuffando piú che mai, nel cresciuto impiccio, si era recato dapprima solo dal Di Nica e, ottenuto il posto, era ritornato a casa a offrirlo al Cleen, soggiungendogli nel suo barbaro francese che, se voleva restare, come gliene aveva espresso il desiderio, se voleva trattenersi fino al ritorno dell’Hammerfest, doveva essere a questo patto: che lavorasse; il posto, ecco, glielo aveva procurato lui: quando poi il piroscafo sarebbe arrivato dall’America, ne avrebbe avuti due, di posti; e allora, a sua scelta: o questo o quello, quale gli sarebbe convenuto di piú. Intanto, nell’attesa, bisognava che andasse con lui ogni giorno alla pesca.
Alla proposta, il Cleen era rimasto perplesso. Gli era apparso chiaro che la scena di quella sera tra zio e nipote era avvenuta proprio per la sua prossima partenza, e che era stato lui perciò la cagione del pianto della sua cara infermiera. Accettare, dunque, e compromettersi sarebbe stato tutt’uno. Ma come rifiutare quel benefizio, dopo le tante cure e le premure affettuose di lei? quel benefizio offerto in quel modo, che non lo legava ancora per nulla, che lo lasciava libero di scegliere, libero di mostrarsi, o no, grato di quanto gli era stato fatto?
Ora, ogni mattina, levandosi dal divanaccio con le ossa indolenzite, don Pietro si esortava così:
– Coraggio, don Paranza! alla doppia pesca!
E preparava gli attrezzi: le due canne con le lenze, una per sè, l’altra per L’arso, i barattoli dell’esca, gli ami di ricambio: ecco, sì, per i pesci era ben munito; ma dove trovare l’occorrente per l’altra pesca: quella al marito per la nipote? chi glielo dava l’amo per tirarlo a parlare?
Si fermava in mezzo alla stanza, con le labbra strette, gli occhi sbarrati; poi scoteva in aria le mani ed esclamava:
– L’amo francese!
Eh già! Perché gli toccava per giunta di muovergliene il discorso in francese, quando non avrebbe saputo dirglielo neppure in siciliano.
– Monsiurre, ma nièsse…
E poi? Poteva spiattellargli chiaro e tondo che quella scioccona s’era innamorata o incapricciata di lui?
Dalla Norvegia o dal console di Palermo avrebbe avuto il rimborso delle spese, probabilmente; ma di quest’altro guajo qui chi lo avrebbe ricompensato?
– Lui, lui stesso, porco diavolo! M’ha attizzato il fuoco in casa? Si scotti, si bruci!
Quell’aria da mammalucco, da innocente piovuto dal cielo, gliel’avrebbe fatta smettere lui. E lì, su la scogliera del porto, mentre riforniva gli ami di nuova esca, si voltava a guardare L’arso, che se ne stava seduto su un masso poco discosto, diritto su la vita, con gli occhi chiari fissi al sughero della lenza che galleggiava su l’aspro azzurro dell’acqua luccicante d’aguzzi tremolii.
– Ohé, mossiur Cleen ohé!
Guardare, sì, lo guardava: ma lo vedeva poi davvero quel sughero? Pareva allocchito.
Il Cleen, all’esclamazione, si riscoteva come da un sogno, e gli sorrideva: poi tirava pian piano dall’acqua la lenza, credendo che il Mìlio lo avesse richiamato per questo, e riforniva anche lui gli ami chi sa da quanto tempo disarmati.
Ah, così, la pesca andai a benone! Anch’egli, don Paranza, pensando, escogitando il modo e la maniera d’entrare a parlargli di quella faccenda così difficile e delicata, si lasciava intanto mangiar l’esca dai pesci: si distraeva, non vedeva piú il sughero, non vedeva piú il mare, e solo rientrava in sè, quando l’acqua tra gli scogli vicini dava un piú forte risucchio. Stizzito, tirava allora la lenza, e gli veniva la tentazione di sbatterla in faccia a quell’ingrato. Ma piú ira gli suscitava l’esclamazione che il Cleen aveva imparata da lui e ripeteva spesso, sorridendo, nel sollevare a sua volta la canna.
– Porco diavolo!
Don Paranza, dimenticandosi in quei momenti di parlargli in francese, prorompeva:
– Ma porco diavolo lo dico sul serio, io! Tu ridi, minchione! Che te n’importa?
No, no, così non poteva durare: non conchiudeva nulla, non solo, ma si guastava anche il fegato.
– Se la sbrighino loro, se vogliono!
E lo disse una di quelle sere alla nipote, rincasando dalla pesca.
Non s’aspettava che Venerina dovesse accogliere la irosa dichiarazione della insipienza di lui con uno scoppio di risa, tutta rossa e raggiante in viso.
– Povero zio!
– Ridi?
– Ma sì!
– Fatto?

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