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LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

All’improvviso si diede a girare per la stanza come se cercasse la via per scappare e, agitando per aria le manacce spalmate:
– Che asino! – gridò. – Che imbecille! Oh somarone! A settantotto anni! Mamma mia! Mamma mia!
Si voltò di scatto a guardare Venerina, mettendosi le mani tra i capelli.
– Dimmi un po’, per questo m’hai domandato… per dirlo a lui in francese, ch’ero bestia?
– No, non per te… Che hai capito?
Di nuovo don Pietro, con la testa tra le mani, si mise ad andare in qua e in là per la stanza.
– Bestione, somarone, e dico poco! Ma quella bertuccia di tua zia che ha fatto qui? ha dormito? Porco diavolo! E tu? e questo pezzo di… Aspetta, aspetta che te l’aggiusto io, ora stesso!
E in così dire si lanciò verso l’uscio della camera, dove s’era chiuso il Cleen. Venerina gli si parò subito davanti.
– No! Che fai, zio? Ti giuro che egli non sa nulla! Ti giuro che tra me e lui non c’è stato mai nulla! Non hai inteso che se ne vuole andare?
Don Pietro restò come sospeso. Non capiva piú nulla!
– Chi? lui? Se ne vuole andare? Chi te l’ha detto? Ma al contrario! al contrario! Non se ne vuole andare!
M’hai preso per bestia sul serio? Io, io te lo caccio via però, ora stesso!
Venerina lo trattenne di nuovo, scoppiando questa volta in singhiozzi e buttandoglisi sul petto. Don Paranza sentì mancarsi le gambe. Con la mano rimasta libera accennò il segno della croce.
– In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, – sospirò. – Vieni qua, vieni qua, figlia mia! Andiamocene nella tua camera e ragioniamo con calma. Ci perdo la testa!
La trasse con sè nell’altra camera, la fece sedere, le porse il fazzoletto perché si asciugasse gli occhi e cominciò a interrogarla paternamente.
Frattanto Lars Cleen, che aveva udito dalla sua camera il diverbio tra lo zio e la nipote senza comprenderne nulla, apriva Pian piano l’uscio e sporgeva il capo a guardare, col lume in mano, nella saletta buja. Che era avvenuto? Intese solo i singhiozzi di Venerina, di là, e se ne turbò profondamente. Perché quella lite? E perché piangeva ella così? Il Mìlia gli aveva detto che non era possibile che egli stesse nella casa piú oltre: non c’era posto per lui; e poi quella vecchia matta della zia s’era stancata; e la nipote non poteva restar sola con un estraneo in casa. Difficoltà, ch’egli non riusciva a penetrare. Mah! tant’altre cose, da che usciva di casa, gli sembravano strane in quel paese. Bisognava partire, senz’aspettare il piroscafo: questo era certo. E avrebbe perduto il posto di nostromo. Partire! Piangeva per questo la sua giovane amica infermiera?
Fino a notte avanzata Lars Cleen stette lì, seduto sul letto a pensare, a fantasticare. Gli pareva di vedere la sorella lontana; la vedeva. Ah! lei sola al mondo gli voleva bene ormai. E anche quest’altra fanciulla qua, possibile?
– Questa? E tu vorresti?
Chi sa! Ogni qual volta ritornava in patria, la sorella gli ripeteva che volentieri avrebbe preferito di non rivederlo mai piú, mai piú in vita, se egli, in uno di quei suoi viaggi lontani, si fosse innamorato di una buona ragazza e la avesse sposata. Tanto strazio le dava il vederlo così, svogliato della vita e rimesso, anzi abbandonato alla discrezione della sorte, esposto a tutte le vicende, pronto alle piú rischiose, senz’alcun ritegno d’affetto per sè, come quella volta che, traversando l’Oceano in tempesta, s’era buttato dall’Hammerfest per salvare un compagno! Sì, era vero; e senza alcun merito; perché la sua vita, per lui, non aveva piú prezzo.
Ma lì, ora? possibile? Questo paesello di mare, in Sicilia, così lontano lontano, era dunque la meta segnata dalla sorte alla sua vita? era egli giunto, senz’alcun sospetto, al suo destino? Per questo s’era ammalato fino a toccare la soglia della morte? per riprendere lì la via d’una nuova esistenza? Chi sa.
– E tu gli vuoi bene? – concludeva intanto di là don Pietro, dopo avere strappato a Venerina, che non riusciva a quietarsi, le scarse, incerte notizie che ella aveva dello straniero e la confessione di quegli ingenui passatempi, donde era nato quell’amore fino a quel punto sospeso in aria, come un uccello sulle ali.
Venerina s’era nascosto il volto con le mani.
– Gli vuoi bene? – ripeté don Pietro. – Ci vuoi tanto a dir di sì?
– Io non lo so. – rispose Venerina, tra due singhiozzi.
– E invece lo so io! – borbottò don Paranza, levandosi. – Va’, va’ a letto ora, e procura di dormire. Domani, se mai… Ma guarda un po’ che nuova professione mi tocca adesso d’esercitare!
E, scotendo il capo lanoso, andò a buttarsi sul divanaccio sgangherato.

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